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Se lo Spirito incendia il legno secco del nostro cuore

Se lo Spirito incendia il legno secco del nostro cuore

12/01/2013

Se lo Spirito incendia il legno secco del nostro cuore

provini altare

IL VANGELO
Se lo Spirito incendia il legno secco del nostro cuore

Battesimo del Signore – Anno C

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». 
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Viene dopo di me colui che è più forte di me e vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco, vi immergerà nel vento e nel fuoco di Dio. Bella definizione del cristiano: Tu sei "uno immerso" nel vento e nel fuoco, ricco di vento e di fuoco, di libertà e calore, di energia e luce, ricco di Dio. 

Il fuoco è il simbolo che riassume tutti gli altri simboli di Dio. Nel vangelo di Tommaso Gesù afferma: stare vicino a me è stare vicino al fuoco. Il fuoco è energia che trasforma le cose, è la risurrezione del legno secco del nostro cuore e la sua trasfigurazione in luce e calore. 
Il vento: alito di Dio soffiato sull'argilla di Adamo, vento leggero in cui passa Dio sull'Oreb, vento possente di Pentecoste che scuote la casa. La Bibbia è un libro pieno di un vento che viene da Dio, che ama gli spazi aperti, riempie le forme e passa oltre, che non sai da dove viene e dove va, fonte di libere vite. 
Battesimo significa immersione. Uno dei più antichi simboli cristiani, quello del pesce, ricorda anche questa esperienza: come il piccolo pesce nell'acqua, così il piccolo credente è immerso in Dio, come nel suo ambiente vitale, che lo avvolge, lo sostiene, lo nutre.
Gesù stava in preghiera ed ecco, venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». Quella voce dal cielo annuncia tre cose, proclamate a Gesù sul Giordano e ripetute ad ogni nostro battesimo.
Figlio è la prima parola: Dio è forza di generazione, che come ogni seme genera secondo la propria specie. Siamo tutti figli nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, specie della sua specie, abbiamo Dio nel sangue.
Amato. Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è "amato". «Tu ci hai amati per primo, o Dio, e noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una volta sola. Invece continuamente, di giorno in giorno, per la vita intera Tu ci ami per primo» (Kierkegaard).
Mio compiacimento è la terza parola, che contiene l'idea di gioia, come se dicesse: tu, figlio mio, mi piaci, ti guardo e sono felice. Si realizza quello che Isaia aveva intuito, l'esultanza di Dio per me, per te: come gode lo sposo l'amata così di te avrà gioia il tuo Dio (Is 62,5)
Se ogni mattina potessi ripensare questa scena, vedere il cielo azzurro che si apre sopra di me come un abbraccio; sentire il Padre che mi dice con tenerezza e forza: figlio mio, amato mio, mio compiacimento; sentirmi come un bambino che anche se è sollevato da terra, anche se si trova in una posizione instabile, si abbandona felice e senza timore fra le braccia dei genitori, questa sarebbe la mia più bella, quotidiana esperienza di fede.

provini altare
Figli alle coppie gay?
Sentenza pericolosa
Cosa augurare a questo bambino? Di restare a vivere con la mamma e con la compagna della mamma – così come ha stabilito la Corte di Cassazione – o di venir affidato al papà violento che se n’è andato quando il figlio aveva dieci mesi, rinunciando a vederlo e a educarlo? I supremi giudici – presidente Maria Gabriella Luccioli – hanno sentenziato in merito respingendo il ricorso del un padre naturale che si era visto privare dell’affido condiviso del figlio per le violenze cui il bambino aveva assistito, e confermato che il piccolo debba essere allevato dalla mamma e dalla convivente di lei. Una scelta, si potrebbe sintetizzare, a favore del male minore e non una sentenza ideologica che «apre» alla possibilità di adozione da parte delle coppie gay. Anche perché i giudici, forse per evitare che le loro parole si trasformassero, come si dice, in “giurisprudenza”, si sono limitati a un accenno fuggevole in riferimento al caso specifico e non teorizzano in alcun modo la necessità di legiferare a favore dell’adozione da parte delle coppie omosessuali. 

Del tutto fuori strada quindi i commenti di chi ha subito colto l’occasione per gridare alla “modernità” e alla “lungimiranza” dei supremi giudici. Il punto di vista della Cassazione sulla possibilità per una coppia omosessuale di crescere un figlio è contenuto nella sentenza numero 601, depositata ieri. Un immigrato musulmano si è rivolto al tribunale contestando la decisione della Corte di Appello di Brescia – la città dove l’uomo risiede – del 26 luglio 2011 che aveva affidato in via esclusiva il minore alla sua ex compagna. L’immigrato faceva presente che dopo la fine della loro storia la sua ex era andata a vivere con una donna, un’assistente sociale della comunità per tossicodipendenti dove la madre del bambino conteso aveva trascorso un lungo periodo per disintossicarsi. Secondo la difesa dell’uomo, il Tribunale di Brescia non avrebbe approfondito, come richiesto dal servizio sociale, se la famiglia in cui è stato inserito il minore, composta da due donne legate da una relazione omosessuale, fosse idonea sotto il profilo educativo a garantire l’equilibrato sviluppo del bambino. E ricordavano il «diritto fondamentale del minore di essere educato secondo i principi educativi e religiosi di entrambi i genitori. Fatto questo che non poteva prescindere dal contesto religioso e culturale del padre, di religione musulmana».

Ma Cassazione ha reso definitivo il verdetto, confermando l’affido esclusivo alla madre e spiegando, tra l’altro, che il pregiudizio per il bambino di essere cresciuto ed educato da due donne non è in re ipsa (cioè non vale di per se stesso) ma va provato. «Non sono poste certezze scientifiche o dati di esperienza – scrive la Cassazione –  bensì il mero pregiudizio che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale. In tal modo si dà per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto familiare per il bambino, che dunque correttamente la Corte d’appello ha preteso fosse specificamente argomentata».

La Corte Suprema ha anche ricordato all’uomo che lui stesso si era allontanato dal figlio quando aveva appena dieci mesi «sottraendosi – si legge nella sentenza – anche agli incontri protetti e assumendo, quindi, un comportamento non improntato a volontà di recupero delle funzioni genitoriali e poco coerente con la stessa richiesta di affidamento condiviso e di frequentazione libera del bambino». Secondo i supremi giudici, quindi, la Corte d’Appello di Brescia ha correttamente e ampiamente motivato sulla «ostatività del comportamento dell’uomo (aggressione della convivente della sua ex madre del minore, e diserzione delle visite al bambino) all’affidamento congiunto».
GabrieleCervi

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