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Riforme, in Parlamento 508 deputati e 254 senatori La bozza messa a punto dai tecnici: più poteri al premier

Riforme, in Parlamento 508 deputati e 254 senatori La bozza messa a punto dai tecnici: più poteri al premier

04/03/2012

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Riforme, in Parlamento 508 deputati e 254 senatori

La bozza messa a punto dai tecnici: più poteri al premier

 

Il documento porta la firma di Luciano Violante (Pd), Gaetano Quagliariello (Pdl), Ferdinando Adornato (Udc), Italo Bocchino (Fli), Pino Pisicchio (Api): "Costruire un forte governo in un forte Parlamento". Ecco il disegno


 
La Camera dei Deputati (Imagoeconomica)
La Camera dei Deputati (Imagoeconomica)

La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero di quelli assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti, quale risulta dall’ultimo censimento generale della popolazione, per 500 e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti. Per quanto riguarda invece Palazzo Madama, oltre alla riduzione a 254 dei senatori, viene stabilito chenessuna regione potrà avere meno di 5 senatori (ora il numero minimo e’ di 7). Il Molise ne avra’ 2 e la Valle d’Aosta 1, esattamente come ora. L’art. 58 cambia nel senso che potranno essere eletti senatori coloro che avranno compiuto 35 anni (Attualmente si dovevano attendere i 40 anni).

IL DISEGNO COMPLESSIVO - Rafforzare la rappresentanza; semplificare le procedure parlamentari; favorire i governi di legislatura; valorizzare gli interessi delle Regioni nel processo legislativo; costruire un forte Governo in un forte Parlamento. Sono questi gli indirizzi posti dai tecnici delle riforme nella bozza definitiva che l’Ansa è in grado di anticipare.

FORTE PARLAMENTO - Si prevede una semplificazione del procedimento legislativo con superamento del bicameralismo paritario e l’introduzione di elementi di federalismo istituzionale. Si parlerà di'Bicameralismo eventuale' e non più obbligatorio e del potere di richiesta del voto a data fissa da parte del presidente del Consiglio. "Nel caso si accettasse la ripartizione delle competenze tra Camera e Senato sulla base dell’art. 117 della Costituzione - si legge nella nota informativa preliminare alla bozza - la previsione presso il Senato della Commissione per il parere obbligatorio sui ddl relativi alle Regioni, introdurrebbe un elemento di federalismo".

FORTE GOVERNO - Potenziamento del ruolo del presidente del Consiglio e consolidamento del governo. La fiducia è data al solo premier a maggioranza semplice. La sfiducia (solo costruttiva) dovrà essere data, invece, a maggioranza assoluta. Il presidente del Consiglio può chiedere al presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri e può chiedere il voto a data fissa dei provvedimenti del Governo e ha la facoltà di chiedere al capo dello Stato lo scioglimento delle Camere. Si prevedono effetti semplificatori del voto di fiducia.

SUPER PREMIER - La bozza di riforma costituzionale messa a punto dai tecnici di Pdl, Pd, Udc, Fli e Api, affida più poteri al premier che potrà proporre al presidente della Repubblica di sciogliere le Camere "previa deliberazione del Consiglio dei Ministri salvo che entro 15 giorni dalla proposta le Camere approvino la mozione di cui all’art.94", cioè la mozione di sfiducia costruttiva. Il presidente del Consiglio può anche proporre la nomina e la revoca dei ministri e deve ottenere la fiducia da entrambi i rami del Parlamento.


 Convegno M5S a Rimini. Grillo tuona: “Siete come la vecchia partitocrazia”

 

Il comico genovese bacchetta la cosiddetta "convention degli scissionisti" romagnoli che non rispetterebbero i presupposti del movimento. Molta base si dissocia dal leader: "Non è sempre facile discutere online, meglio incontrarsi"

 

 

Un richiamo all’ordine rivolto a eletti e attivisti. Un rimprovero dai toni durissimi, che ha tutta l’aria di una scomunica e che rischia di spaccare in due il Movimento 5 Stelle. Dopo la polemica scatenata per aver definito “senza senso” lo Ius soli, Beppe Grillo torna ad alimentare la tensione interna, con un post intitolato provocatoriamente “Il Movimento cinque stelle è morto. Viva il Movimento cinque stelle”. Dalla sua pagina online, il comico prima bacchetta chi “ha scambiato il Movimento per un partito”. Poi prende le distanze dall’incontro nazionale organizzato questo fine settimana a Rimini da alcuni militanti. “L’elenco dei punti in discussione è degno della migliore partitocrazia” è il commento di Grillo, che avverte : “Se non cambiamo, è meglio scordarci le politiche”.


L’intervento prende spunto da una conversazione “tratta da un forum privato al quale hanno partecipato alcuni consiglieri”, riportata per frammenti e omettendo i nomi sul blog. I protagonisti del dialogo lamentano la scarsa organizzazione, che “sta facendo implodere il Movimento, in barba a tanti bravi ragazzi che nel progetto ci hanno messo il cuore, la faccia e, spesso, il culo”. Gli autori arrivano poi a chiedere “la testa editoriale di Casaleggio”, il deus ex machina della comunicazione di Grillo. Lo sfogo  ha mandato su tutte le furie il comico, che invita chi non è d’accordo a farsi da parte: “Mi ha fatto cadere le palle. Il Movimento ha un programma, un non Statuto. Chi non li condivide non si capisce per quale motivo voglia far parte del M5S. Nessuno lo obbliga”.

E parole di fuoco vengono riservate anche agli organizzatori della due giorni riminese, in programma fino a domani pomeriggio, e già ribattezzata da qualcuno “convention degli scissionisti”. Tra i temi in scaletta, tutti proposti e votati online, ci sono i metodi di selezione del candidato premier, il ruolo di Gian Roberto Casaleggio, il peso del nome di Beppe Grillo, la gestione e la trasparenza dei bilanci. Un programma troppo simile a quelli dei tradizionali congressi di partito, secondo il blogger, che nello stesso post disconosce i partecipanti all’iniziativa, arrivando a definirli “fantomatici cittadini a 5 stelle”.

Inutile dire l’effetto è stato quello di un terremoto. In 24 ore l’articolo ha collezionato quasi mille commenti: c’è chi si trova d’accordo con il comico, chi invece non apprezza il richiamo e rivendica il diritto a discutere liberamente dell’organizzazione interna al Movimento. Come Stefano, che amareggiato scrive: “caro Beppe, stavolta potevi pensarci due volte prima di offendere persone che donano al movimento i propri fine settimana e molte ore della propria vita”.

Non vuole sentir parlate di tentativi di scissione invece Maurizio La Rosa, del coordinamento di Ravenna. “Cerchiamo soltanto un confronto dal vivo – spiega dal convegno di Rimini – visto che farlo online non è sempre semplice. In questi due giorni aspettiamo 400 persone da tutta Italia e abbiamo deciso online e in maniera democratica di trovarci qui in Romagna. Discuteremo di iniziative territoriali attraverso le nostre esperienze, per capire quali siano le strade da percorrere”. E allora perché Grillo e Casaleggio sono così infastiditi dall’incontro riminese? “Non lo so. Finora nessuno ha chiesto la testa di Casaleggio. Credo che Grillo sia stato male informato”.

In realtà, non è la prima volta che base e eletti prendono le distanze dal comico. Segno forse di un crescente bisogno di emancipazione. Sulla questione dello ius soli (in sostanza, il diritto di avere la cittadinanza se si nasce in territorio italiano), ad esempio, che in un contestatissimo post il comico ha definito “senza senso”, incassando, tra le altre, la solidarietà della Lega nord Toscana, gli eletti si sono mossi autonomamente. Talvolta appoggiando risoluzioni in contrasto con le indicazioni di Grillo.

Ora però il clima sembra farsi più teso. E da semplici divergenze di opinioni si potrebbe presto arrivare a delle vere fratture, con la conseguente formazione di diverse correnti. Un pericolo su cui sia Grillo, sia gli attivisti saranno costretti a riflettere prima tentare la scalata verso il Parlamento.

Eleonora Bianchini e Giulia Zaccariello

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“Partiti SpA”, ecco come funziona 
il meccanismo dei rimborsi elettorali

Nel libro di Paolo Bracalini edito da Ponte alle Grazie tutte le cifre per raccontare di holding di fatto dalle cui mani passano "500 milioni di euro [...] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le regionali, 230 per le europee. Più i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media)

In Gran Bretagna, i partiti che ricevono finanziamenti pubblici (10 milioni di sterline nel 2010, pari 12 milioni di euro più o meno) sono solo quelli di opposizione, svantaggiati nel raggranellare sostegno economico da lobby e gruppi industriali. In Germania invece non c’è privacy che tenga per le fondazioni: i “think tank” teutonici sono tenuti alla massima trasparenza. Invece in Italia – il Paese in cui in un paio d’anni, secondo la Corte dei Conti e la Guardia di finanza, la corruzione è aumentata del 229% –  i “pensatoi” della politica, a destra come a sinistra, non sono “obbligati a tenere una contabilità ufficiale delle erogazioni”.

Sono due aspetti che emergono dal libro “Partiti Spa” (Ponte alle Grazie, 2012) del giornalistaPaolo Bracalini. I rimborsi elettorali sono l’argomento del volume e tante le cifre riportate per raccontare di holding di fatto dalle cui mani passano “500 milioni di euro [...] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Solo di rimborsi elettorali, dal 1994 ad oggi, siamo a oltre 2,7 miliardi di euro, ai quali vanno [...] aggiunti i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media)”.

Denaro che riguarda i grandi partiti, ma anche i piccoli, come il Partito dei Pensionati (885 mila euro di rimborso), i Verdi-Verdi (contro cui il partito dei Verdi “vero” si scagliò via Tar, 300 mila), l’Alleanza di Centro di Pionati più la rediviva, per quanto assai lontana dal suo passato di balena bianca, Democrazia Cristiana (550 mila). E denaro che non basterebbe mai, dato che i bilanci delle formazioni politiche virano sempre al rosso (Pdl meno 6 milioni di euro e Pdaddirittura meno 42 milioni).

Il risultato del referendum del 1993, che sancì l’abrogazione del contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici (82 miliardi di lire all’anno a partire dal 1974, con la cosiddettalegge Piccoli, da Flaminio, allora capogruppo Dc che ne fu relatore), è diventato subito carta straccia e qualche numero lo testimonierebbe. Scrive infatti l’autore che dal 1994, quando venne introdotta la legge sul rimborso elettorale, a oggi l’ammontare del denaro erogato sotto questa voce ha raggiunto quota 2 miliardi e 700 milioni di euro, 600 dei quali dal 2008 sono andati solo per Pdl e Pd. E si tratta di un importo al netto delle elezioni “minori”, come quelle supplettive o delle regioni a statuto speciale.

Cifra che, specifica Paolo Bracalini facendo notare che dal 2006 l’erogazione avviene sulla base di tutti gli anni di legislatura anche se questa non giunge a scadenza, “non tiene conto degli stipendi dei parlamentari, consiglieri di regioni, province e comuni, dei loro vitalizi, dei loro ‘assegni di reinserimento’, dei loro benefit, delle spese di affitto sostenute da Camera e Senato per ospitarli, dei milioni per l’editoria di partito, dei costi delle auto blu e di quant’altro va sotto il nome di ‘costi della politica’. Noi ci limitiamo esclusivamente a considerare i soldi erogati direttamente ai partiti, denaro liquido”.

Una nota da rilevare è che, in 13 anni di modifiche alle norme, il rimborso per elettore è passato da 1.600 lire a 5 euro e dunque, se nel 1994 le politiche erano costate solo per questa voce 47 milioni di euro, nel 2008 l’importo ha superato la soglia dei 500. I paradossi delle norme che compongono la voce rimborso elettorale proseguono. Intanto, per riceverlo, occorre superare per esempio la quota dell’1% dei suffragi alla Camera (per il Senato la ripartizione è su base regionale), molto inferiore rispetto a quella per entrare nei palazzi della politica, e la percentuale di rimborso non si calcola sul numero effettivo dei votanti, ma sul numero di cittadini iscritti nelle sezioni elettorali.

C’è poi il tasto, anche in questo caso dolente, della corrispondenza tra le spese effettivamente sostenute per la campagna elettorale e l’importo del rimborso. Scrive in proposito l’autore citando ancora la Corte dei Conti: “Dei 2.253.612.233 euro (la somma è arrotondata per difetto però…) di rimborsi elettorali, i partiti hanno in realtà speso, per le campagne elettorali dal 1994 al 2008, circa un quarto. Ma la differenza si è accentuata con l’aumentare degli importi del rimborso. Le ultime elezioni, quelle 2008, sono costate ai partiti 110 milioni di euro di campagne elettorali, ma allo Stato sono costate cinque volte di più in rimborsi”.

Non meglio va il capitolo controlli, con le verifiche che dovrebbero essere condotte, oltre che dalla Corte dei Conti, anche dal collegio dei revisori nominato dall’ufficio di presidenza della Camera. Da un lato la legge limita i riscontri al “rispetto formale degli obblighi informativi [...] ed alla verifica della completezza del contenuto dei documenti”. Dall’altro il collegio sottolinea la “mancata attribuzione di specifici poteri istruttori”. Bracalini ne intervista uno dei 5 professionisti che dovrebbero controllare. Non ne rivela l’identità (per quanto il pool sia composto dal commercialista Salvatore Cottone, dai professori Tommaso Di Tanno, Duilio Lutazi e Francesco Perrini, e dal commercialista e revisore contabile Maurizio Lauri), ma gli chiede quali sono i criteri con cui i professionisti vengono scelti dal parlamento. “Manuale Cencelli al cento per cento”, risponde l’intervistato alludendo alla mai tramontata pratica da Prima Repubblica di spartizioni delle poltrone sulla base della forza di partiti e correnti.

Questo fiume di denaro può poi avere qualche impiego ulteriore. Come risanare almeno in parte le casse asciutte dei partiti. Impiego a cui è ricorsa – più clamorosamente di altri, ma non l’unica – Forza Italia “vendendo” nell’aprile 2007 i suoi rimborsi di 105 milioni di euro a Intesa Sanpaolo, quella del ministro Corrado Passera e del vice alle infrastrutture Mario Ciaccia, la stessa che vede il “suo” Banco di Napoli gestire i conti correnti dei deputati e i movimenti di Montecitorio. Forza Italia ha così trovato nuova linfa per la campagna in vista delle politiche del 2008 e ha ripetuto il meccanismo, quando il partito è andato a caccia di un finanziamento analogo con l’arrivo del Popolo della Libertà e con l’idea di cartolizzare i rimborsi fino al 2012.

Quello descritto da Bracalini, in sostanza, è un mondo fatto da una casta che quando il partito non ce l’ha se lo inventa e qualche volta riesce pure a farsi rimborsare a fronte di nessun rappresentante eletto. Un mondo di debiti e morosi, di assi strategiche tra finanza e politica che passano dai consigli d’amministrazione degli istituti di credito e delle immobiliari che affittano ai partiti, di feste-eventi e marchi da registrar per sfruttamento commerciale in gadget e affini. “Se almeno servisse, tutto questo finanziamento pubblico, a rendere marginale il ricorso a quello illecito”, scrive l’autore. “Invece no [...]. Il ‘valore’ di mazzette e falsi appalti? Cinquanta-sessanta miliardi di euro, l’anno. ‘Una vera e propria tassa immorale e occulta’ [...] l’ha definita Furio Pasqualucci, procuratore generale della Corte dei Conti”.

 

 

La macchina mangia-soldi 

 

dei rimborsi elettorali

Miliardi ai partiti. E nessun controllo. Casse piene anche per i pensionati italiani della famiglia Fatuzzo: 180mila euro l'anno

 

 

Il voto costa. Il cittadino paga e lacastaincassa. La bellezza di ben dieci euro pro-capite, per rimanere fermi alle elezioni politiche del 2008. I rimborsi elettorali sono unbusinessche non conosce crisi. Anzi. I partiti, tutti senza eccezione alcuna, hanno difeso lalegge 157 del 1999, pietra miliare dei loro tesoretti ben custoditi, persino quest’estate.


Nemmeno lo spread li ha fermati. Lo raccontanoElio VeltrieFrancesco Paolanel libroI soldi dei partiti. Al Senato, infatti, a metà luglio c’era la possibilità di eliminare una delle norme assurde, aggiunta nel 2006, che impone di pagare per intero i fondi elettorali anche per le legislature interrotte. Ultimo esempio, quella dal 2006 al 2008. I partiti (compresi quelli che non hanno rappresentanza parlamentare: l’importante è superare l’un per cento, altra norma folle) riceveranno i rimborsi calcolati percinque anni e non per gli effettivi due. Non solo. Ilrimborso è doppioperché poi c’è la legislatura successiva, che va dal 2008 in poi.Una cuccagna. Bene. Quest’estate, a Palazzo Madama, l’abolizione della norma era nel pacchetto anti-crisi per la stabilizzazione finanziaria ma è stata rinviata. Ovviamente.

I rimborsi elettorali costituiscono almeno l’ 80 per cento dei bilanci dei partiti, ma possono arrivare anche al 99 per cento come nel caso dell’Italia dei Valori. I controlli in questi casi possono poco. Sia dei revisori dei conti nominati dalParlamento, sia della Corte dei conti. Con la garanzia dell’anonimato, ecco cosa diceuno dei cinque revisori di Camera e Senato aPaolo Bracalini, per un altro libro Partiti spa: “Molto spesso noi riceviamo dei bilanci sui quali è apposta una firma, quella dell’amministratore del partito, ma non possiamo verificare che ci sia stata effettivamente un’assemblea di approvazione, chi vi ha partecipato, se il bilancio è stato esaminato o meno. Chi redige il bilancio se la canta e se la suona”.

Alla luce di questo regime di allegra finanza per la casta, i partiti hanno ricevuto dal1974a oggi soldi per quasi sei miliardi di euro. Pari a 12 mila miliardi di lire. Senza calcolare i soldi aigruppi parlamentari, gli stipendi di senatori edeputati, i contributi aigiornali di partito.

Prima della legge sui rimborsi elettorali, c’era quella suifinanziamenti, introdotta nel 1974, appunto. Una vera beffa. Perché la vecchiaPrima Repubblicase la fece e se la approvò per arginare, se non sconfiggere, l’atavico costume delle mazzette. Il risultato è noto: vent’anni più tardi il pentapartito dominato dallaDce dalPsiesplose a causa diTangentopoli. Insomma, l’arricchimento “pubblico” dei partiti (a spese dei cittadini) è direttamente proporzionale a quello illecito.

Un appetito insaziabile. Lo dimostra quello che è successo dopo il 1993. Ilreferendumabroga il finanziamento ma i partiti lo aggirano con il meccanismo dei rimborsi elettorali. Ancora più redditizio. Ma che non ferma gli scandali della casta. E che peraltro trasforma i partiti in vere e proprie aziende solide. In dieci anni, dal 1999 al 2008, i rimborsi elettorali hanno avuto un crescita abnorme: il1. 110 per cento. Un ritorno all’investimento senza precedenti, come notano Veltri e Paola: “Per le elezioni del 2008 il record spetta allaLega: le spese accertate dallaCorte dei Contisono state di 2 milioni e 940 mila euro e in base ai voti ottenuti il Carroccio ha incassato 8 milioni e 277 mila euro. In totale 41 milioni 385 mila euro. Dunque 100 euro investiti dalla Lega nella campagna elettorale del 2008 sono diventati 1. 408”.

Tutto questo fa dire all’ex leghistaGiancarlo Pagliarini: “Quasi tutti dicono che bisogna cambiare la legge elettorale, ma non ho ancora sentito nessuno dire che bisogna cambiare la legge sui rimborsi elettorali”. Sono cifre spaventose. Il Pdl diSilvio Berlusconi, primo partito italiano, per l’ultima legislatura, ha incassato nell’ordine: 21. 920. 112 euro per il 2008, 19. 055. 284 per il 2009, 20. 496. 206 per il 2010, 19. 770. 665 per il 2011. Tenendo presente le rate anche per la legislatura precedente, che non va dal 2006 al 2008, ma dal 2006 al 2011.

In totale, i partiti attingono al pozzo senza fine dei rimborsi in base a quattro fondi elettorali: Camera, Senato, europee, regionali. Solo per le politiche dal 2001 a oggi un miliardo e 84 milioni di euro: 195 milioni per il 2001, 436 per il 2006, 453 per il 2008. Altri 222 per le regionali del 2005 e del 2010. E campano tutti. Anche i partiti che restano eternamente fuori. Tipo l’impresa familiare deiFatuzzo, il famigeratoPartito dei pensionati italiani: tra regionali e politiche, ilPparrivare a prendere 180 mila euro all’anno.

Naturalmente, i partiti che stanno in Parlamento hanno la fetta più grossa della torta e questo li rende, come si diceva, autentiche aziende mai in rosso: nel 2010, il Pd vale 125. 928. 854 euro; l’ex An (che resiste come fondazione, da vero partito fantasma come la Margherita) la bellezza di 76. 914. 109 euro. Più basse le cifre per Italia dei valori, Lega e Udc. Rispettivamente: 37. 499. 763, 33. 261. 323, 21. 922. 997 euro. Dall’elenco è esclusa l’exForza Italiaoggi nel Pdl: la sua quota di rimborsi è stata ceduta la BancaIntesa(sì, quella del superministroCorrado Passera) per 115 milioni di euro. Intesa, in pratica, ha anticipato i soldi in cambio della cessione dei crediti dei rimborsi. La gestione dei rimborsi è una macchina talmente perfetta che ha tenuto conto anche della conversione dalla lira all’euro, in termini di rivalutazione. L’unica impresa a beneficiarne in Italia: secondo la legge 156 del 2002 i partiti sono passati direttamente da 4 mila lire (da moltiplicare per il numero degli elettori) a 4 euro. Da 200 miliardi di lire a 200 milioni di euro all’anno. Un affarone.

Margherita, dieci anni di bilanci “segreti” 
nella gestione di Lusi e Rutelli

L'ex sindaco di Roma prometteva "trasparenza" nella destinazione di circa 20 milioni di euro rimasti nelle casse del partito che non esiste più dal 2007 (ma continua a ricevere "rimborsi elettorali"). Ma da Parisi a Neri, chi ha chiesto di vedere i conti si è scontrato contro un muro

Francesco Rutelli aveva promesso “massima trasparenza nella destinazione di fondi della Margherita”, un tesoretto di circa 20 milioni di euro, uscendo dall’assemblea federale del partito il 20 giugno 2011. Invece in questa storia di trasparenza non ce n’è affatto. Dall’inizio alla fine, con il tesoriere Luigi Lusi, attuale senatore del Pd, indagato per aver usato parte di quei soldi per fini privati, compreso l’acquisto di una casa nel centro di Roma. E passando per il fatto che la Margherita non esiste più come partito dal 2007, ma ha continuato a percepire rimborsi elettorali anche in questa legislatura, iniziata l’anno successivo, e fino al 2011.

A proposito di trasparenza, in quell’assemblea federale dell’estate scorsa a Roma non fu neppure possibile leggere con la dovuta attenzione una copia del bilancio del partito. E sui 398 aventi diritto, pare che la convocazione sia arrivata a non più una ventina di persone, tanto che su questo è in corso a un processo civile a Roma, seguito alla denuncia, tra gli altri, diRenzo Lusetti, Rino Piscitello, Enzo Carra e Gaspare Nuccio. Alla fine si presentarono appena una dozzina di esponenti del partito. E dire che l’ordine del giorno era allettante: l’assemblea doveva decidere proprio la destinazione di quella montagna di soldi. Sul tavolo c’era anche la proposta di distribuirli per il 50 per cento ai terremotati dell’Aquila e per l’altra metà ad associazioni come Emergency e Medici senza frontiere. Perché dal primo all’ultimo euro si trattava di fondi dello Stato, erogati come rimborsi elettorali, e non di quote del tesseramento o di donazioni private.

A proporlo era stato Luciano Neri, responsabile della Circoscrizione estero del partito, che oggi ricopre lo stesso incarico nel Partito democratico. “Chiesi di avere il bilancio, ma Lusi si oppose”, ricorda Neri. “Si inalberò, minacciò le dimissioni perché non ci fidavamo di lui. Alla fine fu possibile leggere una copia del bilancio messa a disposizione di tutti, ma per un tempo limitato, che rendeva impossibile un’analisi seria”. Francesco Rutelli è il presidente dell’ormai ex partito, Enzo Bianco è presidente dell’Assemblea. Nessuno dei due si spende per accogliere la richiesta di trasparenza. Chi vuole vederci chiaro è invece Arturo Parisi, attuale leader referendario. “Chiesi un approfondimento del bilancio”, afferma, “perché c’erano voci opache e ampie. Non votai il bilancio preventivo”, continua, “e l’assemblea fu sospesa finché non si decise la formazione di un organismo che approfondisse successivamente. Ma questo organismo non si è mai riunito”. Già intorno al 2003 Parisi se n’era andato sbattendo la porta dall’Ufficio di tesoreria del partito, perché non gli venivano forniti i documenti necessari a esercitare un vero controllo sui conti. Il tesoriere era sempre Lusi, il presidente era sempre Rutelli. Risultato, ancora oggi non si sa a quanto ammonti esattamente il patrimonio rimasto nelle casse del partito.

VIDEO: I RETROSCENA DELL’ASSEMBLEA FEDERALE DEL 2011

Questo è il clima in cui matura lo scandalo del senatore Lusi, che avrebbe già ammesso le proprie responsabilità di fronte ai magistrati di Roma e si sarebbe detto pronto a restituire il denaro. Per di più, il tutto avviene in un partito fantasma, sciolto nel 2007 in vista del matrimonio con i Ds per dare vita al Pd. Anzi, nel frattempo Rutelli è diventato presidente di una nuova formazione politica, l’Alleanza per l’Italia (Api), concorrente centrista del Pd.

E perché un partito che non esiste più continua ad avere (e ricevere) denaro? Il primo motivo è che quando nacque il Pd, i due partiti fondatori scelsero la “separazione dei beni”. I Ds avevano un grande patrimonio immobiliare – la storica eredità del Pci – ma un indebitamento superiore ai 100 milioni di euro; la Margherita, pur discendendo dalla Democrazia cristiana, era meno ricca, ma aveva i conti in ordine. Insieme nella politica, separati nei patrimoni, fu la decisione finale.

Il secondo motivo sta nella legge sui rimborsi elettorali. I soldi pubblici, calcolati sula base dei consensi ottenuti alle urne, vengono erogati in più tranche. Fino al 2011, la Margherita ha ricevuto le somme relative alla legislatura del 2006, calcolata per intero nonostante sia durata solo due anni. Il che sarebbe logico se si trattasse di un vero rimborso delle spese elettorali, un po’ meno se si pensa che questo finanziamento multimilionario non ha alcun legame con i costi effettivamente sostenuti per conquistare seggi alle elezioni. Naturalmente lo stesso vale per altre formazioni estinte, come i Ds, Forza Italia, An, Rifondazione comunista. A loro vanno i finanziamenti per le vecchie elezioni, e contemporaneamente i loro figli – il Pd e il Pdl – li ricevono per le più recenti.


Sanzioni, revoca dei rimborsi e carcere 
In Europa il finanziamento ai partiti è così

Il caso Lusi-Margherita pone l'attenzione sulle distorsioni del sistema italiano. Ma cosa succede oltreconfine? In Germania chi viola la normativa rischia fino a 5 anni di detenzione. In Francia c'è in gioco la revoca del diritto ai soldi. In Gran Bretagna c'è l'obbligo dei rendiconti. E la Spagna affida i controlli ordinari alla Corte dei Conti

In Italia i partiti possono riscuotere rimborsi elettorali gonfiati rispetto alle spese effettivamente sostenute, certi di un sistema di controlli inefficace. Lo scandalo che ha travoltoLuigi Lusi, già tesoriere della Margherita e oggi senatore del Pd, ha acceso i riflettori sull’opacità delle nostre formazioni politiche, visto che è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di aver sottratto alle casse del partito 13 milioni di euro e di averli ‘girati’ indebitamente sui suoi conti. Ma se in Italia il sistema di verifica dei rendiconti è di fatto inadeguato, in Europa i partiti sono tenuti alla trasparenza di finanziamenti e patrimoni. E chi occulta o sbaglia, paga.

FRANCIA – I partiti in Francia che incassano contributi annuali e rimborsi elettorali, per ottenere i fondi devono raggiungere l’1% dei voti presentandosi in almeno 50 circoscrizioni. Il sussidio annuale è soggetto a un tetto massimo di 80 milioni di euro e il limite della spesa è fissato a 38mila euro per candidato, a differenza dei 52mila in Italia. Anche il rimborso si suddivide in effettivo, che compensa le spese elettorali per i candidati che hanno superato il 5% dei voti e avviene dopo il deposito dei conti delle campagne, e forfettario, che in nessun caso può superare le spese effettive. Obbligatoria la contabilità che riguarda sia il rendiconto del partito, che quelli degli enti e delle società partecipate, da sottoporre a due revisori dei conti e in seguito depositati presso la “Commission nationale des comptes de campagne et des financements politiques”. In caso di violazione della legge, il partito può perdere il diritto al finanziamento per l’esercizio successivo e sono previsti sanzioni, sia elettorali che penali e pecuniarie, per i candidati. Se infatti la Commissione accerta il superamento dei limiti di spesa, sarà lo stesso politico a compensare la differenza con la somma rimborsabile per legge. “La Francia – spiega Paolo Bracalini, autore di ‘Partiti S.p.a’ – punisce per davvero chi sgarra. Dal 2003 a oggi infatti i partiti hanno preso solo 73,7 milioni di finanziamenti pubblici sugli 80 disponibili”. E i restanti 7? “Non sono stati assegnati per mancata applicazione della normativa sulle quote rosa. Che esiste anche in Italia, sebbene in pochi la rispettino”.

GERMANIA – Controlli ferrei anche in Germania, dove i partiti si finanziano con i rimborsi elettorali e le somme elargite dalle fondazioni di partito, su cui lo Stato impone l’obbligo di rendicontazione. Il tetto massimo del sussidio statale è fissato a 133 milioni di euro e i rimborsi elettorali corrispondono a 0,85 euro per ogni voto valido, che scende a 0,70 dopo i 4 milioni, e 0,38 per ogni euro ricevuto tramite donazioni e quote degli iscritti. Anche le Fondazioni dei partiti ricevono finanziamenti globali e a progetto, rispettivamente 95 e 233 milioni nel 2011. L’attuale legge elettorale tedesca (Gesetz über die politischen Parteien – Parteiengesetz) del 31 gennaio 1994 è stata formulata in seguito al rilevamento di incostituzionalità sul quale è intervenuto il Tribunale. Dal 1966 infatti ai partiti potevano finanziarsi solo tramite rimborsi elettorali, norma che aveva portato a un aumento incontrollabile dei costi della politica. Il Tribunale dunque sanzionò il contributo pubblico perché ormai trasformato di fatto in finanziamento in via continuativa, oltre alle importanti deduzioni fiscali sulle donazioni ai partiti e alla ripartizione dei contributi a prescindere dal seguito elettorale. Oggi per avere accesso ai contributi è necessario ottenere come lista almeno lo 0,5% dei voti validi per le elezioni europee e del Bundestag, o l’1% per le elezioni dei Parlamenti dei Länder. Il rendiconto deve essere esaminato da un revisore dei conti o da una società di revisione e dal 2004 lo Stato reso obbligatori la doppia contabilità e l’adeguamento del limite assoluto del finanziamento pubblico dei partiti. Inoltre chi viola la normativa, revisori inclusi, rischia la detenzione fino a tre anni, o cinque se l’errore è stato commesso dietro compenso per favorire o danneggiare un terzo soggetto. Una regolamentazione dettagliata e restrittiva riguarda anche le donazioni che, ad esempio, non possono provenire dall’estero o, se anonime, superare i mille euro. Nel caso poi in cui non venissero rendicontate, il partito perde il diritto ai contributi pubblici per una somma pari al doppio della somma ottenuta in modo illegittimo.

GRAN BRETAGNA – Controlli severi anche nel Regno Unito, dove il finanziamento statale interessa soltanto i partiti di opposizione, ‘svantaggiati’ poiché non al governo. Rivestono invece un ruolo importante i sussidi privati che possono essere erogati da persone fisiche e imprese e sono resi pubblici attraverso un registro controllato dalla ‘Electoral Commission’, un organismo indipendente di vigilanza, e che per la campagna elettorale del 2010 ammontavano a 26,3 milioni di sterline (contro il 7,8 elargito dallo Stato). L’attuale normativa inoltre, oltre a rendere pubblici tutti i finanziamenti sul registro pubblico disposto dalla Electoral Commission, impone obblighi vincolanti sul controllo e la trasparenza dei rendiconti dei candidati, tenuti a designare un agente elettorale responsabile di depositare il rendiconto finanziario alla Commissione entro 35 giorni dalla proclamazione del risultato.

SPAGNA – Obblighi contabili anche per i partiti spagnoli, che ricevono finanziamenti pubblici ordinari per la loro attività, rimborsi elettorali e contributi elargiti dalle Comunità Autonome. Un partito ha diritto al sussidio statale se ha almeno un eletto in Parlamento e la somma è ripartita per 2/3 in base ai voti ottenuti, e 1/3 sulla base dei seggi vinti per un totale di 86,5 milioni nel 2011. Per quanto riguarda invece i rimborsi elettorali sono suddivisi in base al numero di seggi vinti e ai voti conquistati, e l’anno scorso ammontavano a 44,5 milioni di euro. Molto severa anche la disciplina sul controllo della gestione: le formazioni politiche devono infatti tenere registri contabili dettagliati sulla situazione finanziaria e patrimoniale sui quali si pronuncia la Corte dei Conti, che può irrogare sanzioni pecuniarie nel caso di donazioni ‘fuori legge’, “comminando una multa – aggiunge Bracalini – fino a un importo pari al doppio del contributo ricevuto illegalmente, che sarà dedotta dal successivo conferimento della sovvenzione annuale al partito”. E nel caso in cui un partito “non presenti, senza giustificazioni, i conti corrispondenti all’ultimo esercizio annuale o se essi siano incompleti, la Corte può proporre che al partito stesso non siano assegnati i contributi annuali a cui esso avrebbe diritto”.

Insomma, in Europa la politica che sbaglia, paga. Ma in Italia no. E’ davvero così? “Sì – osserva Lorenzo Cuocolo, professore di Diritto pubblico comparato presso l’Università Bocconi-, anche perché i partiti in Italia sono soggetti di carattere privato, in buona parte liberi di gestire i denari che ricevono. La Corte dei Conti, come accade in altri paesi, sarebbe l’organo più idoneo per garantire la trasparenza dei patrimoni”. Inoltre, aggiunge, “la nostra legge è il frutto di una serie di imprecisioni e inganni che iniziano con il referendum del 1993, tradito dalla reintroduzione dei contributi sotto forma di rimborsi elettorali”. Una situazione che si aggravata negli anni “visto che oggi questi contributi non sono più dati sulla base di giustificativi ma su base forfettaria e i partiti ricevono l’erogazione anche in caso di scioglimento anticipato, cumulando così tesoretti molto consistenti”. Come i 13 milioni per i quali è indagato l’ex tesoriere della Margherita.