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La casa popolare della Polverini: «A 130 euro al mese» Sull'Aventino per 15 anni per 5 stanze

La casa popolare della Polverini: «A 130 euro al mese» Sull'Aventino per 15 anni per 5 stanze

17/01/2012

La casa popolare della Polverini: «A 130 euro al mese» Sull'Aventino per 15 anni per 5 stanze

 

LAZIO: INCHIESTA DELL'«ESPRESSO» SULLA GOVERNATRICE

La casa popolare della Polverini: 
«A 130 euro al mese»

Sull'Aventino per 15 anni per 5 stanze

ROMA - Anche Renata Polverini finisce al centro di «affittopoli». La governatrice del Lazio proprio l'altro ieri aveva istituito una «commissione ispettiva» sull'Ater (l'azienda dell'edilizia popolare) di Roma. Obiettivo: fare luce su eventuali abusi e favoritismi nei contratti di affitto e di vendita delle case pubbliche. Da settimane il centrodestra accusa la vecchia giunta Veltroni di aver svenduto case ad amici e amici di amici. Ma ieri, appena 24 ore dopo l'annuncio della linea dura, Renata Polverini si è ritrovata a sua volta sotto accusa. Tirata in ballo da un'inchiesta pubblicata sul sito internet de l'Espresso.


Secondo la ricostruzione del settimanale (suffragata da certificati anagrafici), l'ex sindacalista per 15 anni, fino al 2004, ha avuto la propria residenza insieme al marito Massimo Cavicchioli in una casa dell'Ater in via Bramante, all'Aventino, quartiere extra lusso, usufruendo di un canone ultra-popolare: circa 130 euro al mese per 4 vani più bagno e cucina. E ancora oggi, sostiene il giornale, Cavicchioli risulta residente nell'appartamento.
Renata Polverini, cercata tramite la propria portavoce, ha preferito non commentare: «Domani (oggi per chi legge, ndr) forse parlerà di questa storia». La governatrice - secondo la ricostruzione de l'Espresso - dal settembre del 2004 abita e ha la propria residenza in un elegante appartamento a San Saba, altra zona extra lusso in pieno centro della Capitale. Si tratta di una casa acquistata nel 2002 dallo Ior: nove stanze, due box e tre balconi, pagata appena 272 mila euro (somma con la quale all'epoca a Roma si acquistavano sul mercato al massimo 70-75 metri fuori dal centro). E sempre nello stesso stabile aveva poi comprato nel 2004, quando ancora era residente nella casa Ater, un altro appartamento gemello, stavolta a 666 mila euro (valore sempre di molto inferiore rispetto ai prezzi di mercato), di proprietà di una società in affari con la Santa sede. 

Non solo. Da inquilina delle case popolari, ricostruisce il settimanale, Renata Polverini, mentre stava scalando i vertici del sindacato Ugl fino a diventarne leader, dal 2001 era stata protagonista di una girandola di compravendite immobiliari (compreso un appartamento al Torrino ex Inpdap acquistato alle condizioni riservate agli inquilini, anche se lei non lo era), cessioni e donazioni con un vorticoso giro di centinaia di migliaia di euro. Insomma un tenore di vita ben diverso da quello che si richiede come requisito per usufruire dei canoni agevolati delle abitazioni popolari riservate a persone con redditi bassi e senza casa. 
Ancora oggi sul citofono della casa di via Bramante si leggono tre cognomi: Polverini R.- Cavicchioli M. - Berardi (è la famiglia della suocera defunta della governatrice). «Non abitano più qui da tempo», dicono però gli altri inquilini. L'appartamento, a quanto pare, è vuoto. «Se le notizie riportate dall'Espresso fossero confermate, sarebbero molto gravi. Ci auguriamo che Renata Polverini faccia chiarezza al più presto», è il commento di Vincenzo Maruccio, dell'Italia dei Valori. 

Paolo Fosch


CARI AMICI DIAMO DIGNITA', ETICA, LEGALITA' E REGOLE ALLA NOSTRA CLASSE POLITICA LETTERA APERTA DEL NOSTRO GRUPPO ALLE ISTITUZIONI


Cari amici del gruppo: riforma dei  partiti e dei  sindacati codice etico , è giunto il momento  di agire palesando  alle massime autorità istituzionali le nostre proposte.  Però prima di inviarle ho ritenuto opportuno informare  per correttezza tutti voi del contenuto della lettera aperta che a breve sarà tramite raccomandata inviata in Parlamento.

La lettera come tutte le cose è migliorabile è anche per questo che accetterò qualsiasi  suggerimento integrazione o rettifica , Vi ringrazio amici online per avere  aderito così numerosi al gruppo che  grazie a voi può ora concretamente attivarsi per  lo scopo di interesse collettivo che  ci siamo prefissati..

Grazie a tutti voi.

Gabriele Cervi

LETTERA APERTA INVIATA ALLE MASSIME AUTORITA’  ISTITUZIONALI CON L’AUSPICIO CHE IL BUON SENSO PREVALGA SUGLI INTERESSI DI  PARTE PER ARRIVARE AD UN VERO STATO DI DIRITTO VOLTO AL BENE COLLETTIVO.


Scriviamo questa lettera aperta per sottoporre alcune proposte innovative e riformatrici che se accolte potranno dare un impulso etico di trasparenza e di onestà all’attuale status politico e sindacale del paese.

Per dare sostanza alle nostre proposte, ho fondato un gruppo online  denominato: Riforma dei Partiti e dei Sindacati  Codice Etico, usando il socialnetwork Facebook dove posso  interagire con tanti amici online , attualmente sono 4980. Il gruppo  non ha scopo di lucro, è aperto a tutti  ed è traversale. Dopo questa dovuta presentazione,  siamo onorati di sottoporre queste nostre proposte che abbiano denominato codice etico e che auspichiamo siano prese come contributo per rinnovare i partititi e i loro statuti.

PREMESSO

Che i partiti politici  sono associazioni private senza alcuna disciplina legale finanziati (contributo elettorale) con denaro pubblico senza alcun controllo delle spese  che hanno portato da parte dei medesimi partiti (anche recentemente) a  violazioni contro le leggi costituzionali creando con soldi pubblici malaffare, clientelismo e corruzione

 A nome dei 1730 attuali aderenti al gruppo  sottopongo  alcuni punti come nostro personale contributo di cittadini stanchi di vedere sperperati milioni di euro (soldi pubblici nostri soldi) in minima parte utilizzati per le spese elettorali  effettive  e di cui la gran parte sono distratti e utilizzati per compravendite patrimoniali , spese varie fonte di clientelismo, spese per  il personale di federazioni  e di sezioni che nulla hanno a che vedere con il contributo dato per le spese elettorali. Inoltre i partiti per sostenersi  ( i milioni di euro erogati ai medesimi presumiamo a questo punto che non bastano per il loro sostentamento) vendono nelle loro assemblee  merce a pro partito, ricevono poi soldi dai propri tesserati come iscrizione  ecc. 

Per tutto ciò premesso :

CHIEDIAMO

1) L’attuazione dell’ articolo 49 della Costituzione con una legge ordinaria che preveda la responsabilità dei partiti di fronte alla legge e ne sanzioni le violazioni e che garantisca il controllo della correttezza e della trasparenza della vita interna dei partititi;

2)  Registrazione  degli Statuti  dei partiti presso  il Parlamento;

3)  Certificazione dei bilanci secondo le norme del codice civile;

4)  Nomina di un revisore dei conti esterno  ed autonomo dai partiti

5) Obbligatorietà di elezioni primarie tra i cittadini per la selezione delle candidature;

6)  Esclusione dalle candidature delle persone rinviate a giudizio o condannate  per  qualsiasi reato;

7)  Responsabilità penale e civile dei segretari politici e dei tesorieri e decadenza  dagli incarichi per violazioni degli Statuti e delle leggi dello Stato;

8) Erogare  rimborsi elettorali pubblici ai partiti dati per le spese effettivamente sostenute con l’obbligo di produrre pezze giustificative : bolle, fatture, scontrini ecc.

9)  Per ridurre i costi della politica proponiamo  che il finanziamento ai giornali di partito sia dato per l’effettiva vendita dei medesimi giornali riscontrabile dagli abbonamenti effettivi ;


Queste sono alcune proposte che  noi riteniamo importanti per rinnovare lo status quo politico. Noi siamo sostenitori di una vera Democrazia, non di facciata ma reale basate non sulle oligarchie di un regime partitocratico ma su un vero stato di diritto.

In questi decenni  i partititi hanno creato una distanza fra loro e i propri elettori abissale, questa distanza riguarda la società civile. I partiti purtroppo rappresentano solo se stessi e i loro interessi di bottega  fautori nel paese di caste , lobby dimenticando il bene collettivo.

Troppo privilegi e la non trasparenza hanno fatto si, che la gente ormai sfiduciata, amareggiata e disillusa  non creda più allo stato dei (diritto ma sepre più a uno stato fondato da furbi  per agevolare infischiandosene delle leggi che promulgono) ladri e disonesti istituzionali.

Noi non vogliamo che ciò sia il nostro ma soprattutto il futuro dei nostri figli e delle nuove generazioni. Noi già abbiamo pagato un pesantissimo prezzo in nome di ideali ormai morti ed oggi utili solo alla partitocrazia che li usa  solo per perpetuarsi.

E’ per questo che come cittadini usando le opportunità che questa democrazia  ci concede, ancora ,abbiano ritenuto opportuno e socialmente utile inviare queste  nostre  proposte

Cordiali saluti.

Gabriele Cervi

(fondatore del gruppo su facebook  riforma dei partiti e dei sindacati codice etico)

PS: Non abbiamo affrontato i privilegi dei politici (la famosa casta) in quanto sappiamo che il Parlamento sta lavorando per ridurre gli stipendi dei Parlamentari, per diminuire gli stessi Parlamentari delle due Camere, delle Province e dei Comuni.  Siamo fiduciosi che si arrivi al più presto a queste soluzioni moralmente ed eticamente non più rinviabili. 

 Seguono gli amministratori del gruppo:

Giovanna Melandri Onorevole PD

 Jane Alquati Assessore comunale Pdl

 Carlo RienziDott  Pres. Codacons 

Agostino Alloni Consigliere  Regione Lombardia  PD

Luigi Berlinguer Europarlamentare Europeo PD

Marialuisa D'attolico Giornalista Free Lance presso Privato

Ferdinando Imposimato Giudice Lavora presso Suprema Corte di Cassazione

Enrico Galavotti Professore

Cinzia Fontana Senatrice PD

Chiara Capelletti Assessore Provinciale PDL

Maria Vittoria Ceraso Assessore Comunale PDL

Jacopo Fanti Laureato in cooperazione internazionale

 

Francesco Alberoni Professore, Scrittore, Sociologo

Margherita De BacGiornalista lavora presso corriere della sera

 


DIGITA QUI SOTTO PER ENTRARE E

 VISIONARE IL NOSTRO GRUPPO SU FACEBOOK

MEMBRI 1720 



E' GIUNTA L'ORA DI UNA LEGGE SUI PARTITI POLITICI?

 

 

TOMMASO EDOARDO FROSINI

Università di Sassari


1. Il tema riguardante la disciplina giuridica dei partiti politici è antico ma sempre attuale. Affonda le sue radici nel dibattito all’Assemblea Costituente, perché fu in quella sede che si prospettò l’ipotesi – respinta prima ancora di essere seriamente discussa – di aggiungere, nell’articolo della Costituzione riguardante i partiti politici, un comma in cui venisse esplicitamente affermato l’obbligo di previsione della regolamentazione giuridica dei partiti e della pubblicità delle fonti di finanziamento degli stessi. Se fosse stata approvata, si sarebbe così introdotta una norma ritenuta «consona a tutto lo spirito della Costituzione», come ebbe a dichiarare l’on. Costantino Mortati. Il risultato finale fu invece quello di un articolo, il 49, fin troppo essenziale nella sua formulazione costituzionale, perché si limita a dichiarare che: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». E non è certo casuale la stessa collocazione dell’art.49 nella parte relativa ai diritti dei cittadini piuttosto che in quella relativa all’organizzazione costituzionale dello Stato, in cui i partiti, pur riconosciuti, non sono inclusi. Il loro operare, allora, non dipende da norme scritte ma esclusivamente sul piano della costituzione materiale, ed incide in maniera rilevante sulla dinamica della forma di governo.

Certo, la scelta che volle compiere il Costituente, approvando un articolo dedicato ai partiti assai poco analitico e privo di strumentari giuridici, aveva la sua ragione d’essere nel momento storico in cui venne compiuta: non è questa adesso la sede per rievocare il clima di allora, che era comunque condizionato dalla necessità che i partiti avessero un ampio spazio d’azione nel sistema politico, affinché si consentisse per il loro tramite alla società di farsi Stato, per dirla con un’espressione famosa. La nuova democrazia italiana doveva nascere e consolidarsi attraverso quegli strumenti di raccordo tra i cittadini e le istituzioni, tra il corpo elettorale e le Assemblee rappresentative, che sono i partiti politici; anche al fine di rendere concreta una altrimenti indistinta volontà popolare. Infatti, una democrazia senza partiti è un non senso, è come un liberalismo senza libertà. La funzionalità democratica e la stessa democraticità di un sistema politico sono garantite dall’esistenza di un pluralismo di partiti e dalla loro competizione. Con il riconoscimento costituzionale dei partiti si avviava così in Italia il superamento delle basi individualistiche della rappresentanza, sulle quali poggiava il regime parlamentare ottocentesco, per sostituirvi una nuova democrazia organizzata attraverso i partiti.

Non si volle però determinare un obbligo giuridico, per il tramite del quale si potesse venire a fondare anche una democrazia nei partiti; ovvero, non vi fu una previsione costituzionale né legislativa, con cui imporre una disciplina interna dei partiti fondata su regole democratiche stabilite da statuti. E la stessa nozione costituzionale del “concorso con metodo democratico” di cui all’art.49, piuttosto che riferita anche all’attività interna dei partiti, venne ad essere prevalentemente intesa come attività di pluralismo politico esterno, cioè come competizione fra partiti al gioco elettorale nel rispetto dell’eguaglianza delle opportunità. In tal modo però non si tenne nel giusto conto il fatto che il soggetto della proposizione dell’art.49 è “Tutti i cittadini”, e  pertanto riferire il “metodo democratico” al solo concorso fra partiti porterebbe a ritenere che proprio i cittadini siano estraniati dal concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Il che sarebbe paradossale.

 

2. Gli anni successivi all’entrata in vigore della Costituzione furono caratterizzati da una tendenziale diffidenza – manifestata anche negli studi compiuti dalla dottrina – verso forme di intervento pubblico e di regolazione legislativa dei partiti; nella convinzione che la democraticità del sistema partitico veniva ad essere maggiormente garantita da una norma “a fattispecie aperta” quale era l’art.49, piuttosto che da una disciplina legislativa che potesse risultare “costringente” per la libertà d’azione dei partiti. Ad avvalorare ulteriormente questa ricostruzione, concorse la tesi della concezione strettamente privatistica del partito politico, il quale nel regime delle associazioni non riconosciute e quindi nel diritto privato comune, si diceva che trovasse la più alta garanzia di libertà. Certo, non mancarono voci di dissenso a questa impostazione, come per esempio il progetto di legge del sen. Sturzo, alcune delle quali sfociarono, per allora, in un’aspra e minoritaria polemica di alcuni battaglieri studiosi contro la “partitocrazia” (Maranini) e contro la “autocrazia di partito” (Perticone); in particolare quest’ultima espressione da intendersi proprio come una sorta di denuncia della mancanza di regole democratiche all’interno dei partiti.

Successivamente, negli anni Settanta, vi furono i primi interventi legislativi volti a garantire il finanziamento pubblico a favore dei partiti, senza però che vi fosse l’attribuzione di un riconoscimento giuridico per quei soggetti che si andavano a finanziare. Pertanto, il criterio che stava a fondamento delle scelte legislative sulla contribuzione economica statale era perciò quello di finanziare i partiti senza riconoscerli, anziché riconoscerli per finanziarli. Un ragionare ancora una volta imperniato sul ruolo centrale del partito nell’ordinamento costituzionale e nella società, e che aveva come conseguenza quello di evitare che il partito subisse dei meccanismi di “burocratizzazione”, derivanti dalla sottoposizione a regole giuridiche, che fossero in grado di rallentarne, o addirittura di frenarne, il naturale dinamismo dei partiti nell’ambito del sistema politico e nella tenuta della forma di governo parlamentare.

Nell’ultimo decennio invece si assiste ad una radicale ricomposizione del quadro partitico italiano, a seguito sia delle vicende giudiziarie di “Tangentopoli”, sia della modificazione del sistema elettorale in senso semi-maggioritario, sia delle reiterate forme di disaffezione politica della cittadinanza manifestatesi con il crescente astensionismo elettorale da un lato, e con le numerose richieste di referendum in funzione antipartitocratica dall’altro. Poi, in questi ultimi anni, si è assistito all’emergere di un fenomeno politico-istituzionale assai anomalo, che è stato efficacemente definito della “partitocrazia senza partiti”: cioè la presenza di un sistema di apparati partitocratico, non più di tipo organizzativo ed ideologico come lo erano i partiti di prima, ma piuttosto macchine personali al servizio di questo o quel leader politico. Partiti personali, che sono dominati, in funzione determinante e coagulante, dal capo in cui si riconoscono.

Oggi, dopo la numerose vicende che hanno e che stanno ancora accompagnando, in positivo e negativo, la storia dei partiti politici nell’Italia repubblicana, occorre tornare ad affrontare il problema di una regolamentazione giuridica dei partiti. Per restituire ai partiti quel ruolo di raccordo fra i cittadini e le istituzioni, che è fondamentale in una democrazia pluralista, e che, proprio per questo motivo, non può più essere sottratto ad una regolazione dei partiti in forme autenticamente democratiche ed aperte al controllo dell’opinione pubblica se non della legge. Rivitalizzare il patto fra cittadini e partiti, vuol dire indurre questi ultimi a rinunciare ad una parte del loro arbitrio, subordinandosi a regole certe e trasparenti, rendendo pubblici i loro statuti oltre che i loro bilanci, dando più potere ai loro iscritti ed elettori. Inoltre, risolvere questo problema, nel senso di imporre una disciplina giuridica ai partiti, può essere di grande ausilio per il concorso del raggiungimento della stabilizzazione del sistema partitico. Quindi: i partiti per tornare a svolgere la loro funzione nella democrazia italiana, devono divenire effettivamente ed autenticamente soggetti democratici. E’ sempre più diffusa ed avvertita una nuova legalità non solo dei partiti politici, ovvero relativa ai comportamenti dei soggetti politici, ma anche sui partiti politici attraverso principi, regole, indirizzi e forme di controllo in grado di garantire un contesto più trasparente e responsabile all’azione politica di rilievo pubblicistico. E’ questo un passaggio indispensabile, sia per rifondare un nuovo patto fra politica e società civile, sia per rilanciare la funzione costituzionale e sociale dei partiti politici. Si ricorda, incidentalmente, che la Commissione bicamerale per le riforme costituzionali del 1983, presieduta dal sen. Aldo Bozzi, aveva approvato un nuovo testo dell’art. 49 Costituzione così formulato: «Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere con strutture e metodi democratici, a determinare la politica nazionale. La legge disciplina il finanziamento dei partiti, con riguardo alle loro organizzazioni centrali e periferiche e prevede le procedure atte ad assicurare la trasparenza ed il pubblico controllo del loro stato patrimoniale e delle loro fonti di finanziamento. La legge detta altresì disposizioni dirette a garantire la partecipazione degli iscritti a tutte le fasi di formazione della volontà politica dei partiti, compresa la designazione dei candidati alle elezioni, il rispetto delle norme statutarie, la tutela delle minoranze». Si trattava di una proposta valida e precisa, ma che non trovò – al pari delle altre proposte di riforma formulate in quella sede – nessun seguito; e nemmeno venne ripresa successivamente in sede parlamentare.


3. Ma la via per disciplinare i partiti politici è solo quella costituzionale? Certo, procedere attraverso la revisione costituzionale ex art. 138 Cost. comporta un processo di riforma di non facile realizzazione ma nondimeno impossibile (come lo dimostrano le recenti modifiche costituzionali sul voto degli italiani all’estero, sul giusto processo e sulla riforma regionale). La scelta di procedere attraverso la revisione costituzionale può essere originata dal seguente motivo: che l’art.49 Cost. nella parte in cui parla di “metodo democratico” non può essere interpretato nel senso di un’attività interna democratica dei partiti, ma piuttosto soltanto circoscritto ai rapporti tra partiti nell’ambito di una competizione ispirata al pluralismo politico. Da qui allora la necessità di esplicitare nella norma costituzionale il “diritto dei partiti”, quasi a voler ridare maggiore forza e dignità ai partiti politici costituzionalizzandoli; salvo poi riservare alla legge il compito di disciplinarli ulteriormente.

In tal senso, una strada da percorrere potrebbe essere quella di prevedere che i partiti, al fine di usufruire dei rimborsi per le spese elettorali e di ogni altro beneficio normativo, si devono dotare di uno statuto approvato con atto pubblico, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, contenente gli organi del partito e loro composizione, le procedure e forme di garanzia per le minoranze, i diritti e doveri degli iscritti, le modalità di selezione dei candidati alle elezioni. Così facendo non si attuerebbe una pubblicizzazione dei partiti – che sarebbe incostituzionale – ma piuttosto i partiti resterebbero associazioni di diritto privato “non riconosciute” regolate secondo criteri e forme democratiche. L’obbligo di pubblicità degli statuti costituisce sicuramente un avanzamento rispetto all’arbitrio che ha sempre caratterizzato il diritto dei partiti, solo temperato da crescenti interventi giurisdizionali. Ma dal punto di vista della democrazia interna, è sufficiente che gli statuti  prevedano le garanzie e gli istituti richiamati, o non è necessario determinarne direttamente con legge alcuni requisiti minimi?

Non si vuole qui, e né si potrebbe, tracciare ne dettaglio quella che dovrebbe essere una disciplina legislativa in materia di regolazione giuridica dei partiti politici. Si intende però sollecitare questa riforma, per le ragioni sopra esposte e perché ritenuta fondamentale al fine di restituire ai partiti la loro dignità nel sistema politico-istituzionale, e anche al fine di contribuire al superamento della confusa transizione italiana. Qualche cosa sembra finalmente muoversi. A dare una scossa, c'è adesso un recente disegno di legge (AS n.1540), a firma dei senatori Del Pennino e Compagna, intitolato Norme sul riconoscimento giuridico e il finanziamento dei partiti, i loro bilanci e le campagne elettorali. E' il tentativo di dare una risposta organica all'esigenza di collocare il partito politico nel giusto ruolo del nostro ordinamento costituzionale, definendone natura giuridica, regole di vita interna, procedure per la scelta dei candidati, trasparenza dei bilanci. Si tratta di una proposta che merita di essere attentamente discussa, specialmente tra i costituzionalisti, e che merita di essere attentamente presa in considerazione, specialmente tra quanti credono che sia giunta l'ora che si faccia (anche) in Italia una legge sui partiti.

Renata Polverini (Eidon)
Renata Polverini (Eidon)