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Formigoni e quelli che gli salvano il culo

Formigoni e quelli che gli salvano il culo

 

Dal crac del San Raffaele agli arresti degli ex assessori fino alle infiltrazioni malavitose la Lombardia ciellina è travolta dagli scandali 

“Adesso vado dal presidente… e là gli dirò… quando hai avuto bisogno siamo intervenuti noi e ti abbiamo salvato la faccia e anche il culo … perché saresti andato di mezzo con certezza…” Quando parla del suo amico Formigoni si esprime così don Luigi Verzè, il fondatore del San Raffaele finito sotto inchiesta per il crac del suo ospedale. Il religioso che ha definito Silvio Berlusconi un dono della Provvidenza rappresenta al meglio la commistione di affari, politica e fede che ha pervaso la Lombardia da quando Forza Italia prima e poi il Pdl hanno occupato il Pirellone.

IL PRETE DELLO SCANDALO – Roberto Formigoni è l’esponente più importante di Comunione e Liberazione, movimento ecclesiale che da minuscola corrente democristiana si è trasformata in potentissima lobby economica grazia all’impero della Compagnia delle Opere. Il movimento delle imprese cielline ha trovato innumerevoli spazi ed opportunità di business nella Lombardia del pio Roberto, fedele al dogmi ciellino di privato sociale, traducibile come soldi pubblici per imprese private. Il San Raffaele di Milano è una di quelle iniziative imprenditoriali esplose grazie all’arrivo di Formigoni in Regione. L’equiparazione delle strutture sanitarie private, introdotta a fine degli anni novanta, ha permesso un enorme boom degli ospedali in mano a imprenditori o fondazioni. In questo settore, la parte del leone l’ha fatta la Compagnia delle Opere, ma l’amico Don Verzé, prete imprenditore che condivide la passione per gli affari del nume tutelare di Formigoni, Don Giussani, ne ha tratto molto giovamento. Il San Raffaele è diventato così un piccolo impero, con tanto di spostamenti in elicottero per il presidente, ma ha accumulato un’enormità di debiti, oltre un miliardo. L’incremento del business di Don Verzé ha trovato pesanti sponsorizzazioni nei big della destra lombarda. L’amico Silvio Berlusconi, e l’amico Roberto, come rivelato dalle ultime intercettazioni delle indagini sul crack dell’ospedale.

Adesso vado dal presidente… e là gli dirò… quando hai avuto bisogno siamo intervenuti noi e ti abbiamo salvato la faccia e anche il culo… perché saresti andato di mezzo con certezza… adesso per queste cose qui che sono di ordinaria amministrazione…

SUICIDIO E DEBITI – Nelle intercettazioni Don Verzé si confida con l’amministratore del suo ospedale, Mario Cal, che a luglio si è tolto la vita appena si è saputo del crack del San Raffaele. In questo momento si sta cercando di evitarne il fallimento, ma nelle indagini sul prete si è palesato un rapporto tanto intimo quanto inquietante con il potere lombardo.

Mario Cal, il manager del San Raffaele morto suicida il 18 luglio, si capisce al volo con don Luigi Verzé e lo informa del piano per risolvere una «grana» con la Regione che si è costituita parte civile nel processo su presunti ricoveri fantasma dell’ospedale. La conversazione è intercettata dalle microspie nascoste nell’ufficio del sacerdote per un’inchiesta della magistratura non direttamente rivolta a indagare sul polo sanitario. È il 13 gennaio 2006. Lo stesso giorno in cui – come scritto ieri dal Corriere – don Verzé chiede aiuto all’allora direttore dei servizi segreti militari (Sismi), Nicolò Pollari, per mandare la Guardia di finanza da un vicino che non intende liberare un terreno. L’ex direttore del Sismi, tuttavia, ha chiarito ieri di non aver mai pensato di poter dar seguito alla richiesta. «Cal – si legge ancora nei brogliacci delle intercettazioni ambientali – dice che prima deve andare da Sanese (Nicolamaria, segretario generale della Regione e fedelissimo del governatore , ndr ), e poi da lui (Formigoni) in merito a un ricorso». L’obiettivo è evitare che la Regione sia parte civile nel processo su 15 mila rimborsi controversi per 4 milioni di euro. Ma tutto cadrà in prescrizione. Don Verzé e Cal, quel 13 gennaio 2006, non lo possono prevedere. È il motivo per cui pensano anche di farsi aiutare da Antonio Mobilia, allora potentissimo direttore generale dell’Asl di Milano. Dice Cal: «Il buon Antonio Mobilia fa una verifica … e va a trovare queste benedette pratiche … e mi fa la dichiarazione che per quanto riguarda lui … non risulta avere il quadro sul pagamento nei confronti del San Raffaele per questa attività…. con questa io poi vado da Sanese e dico… senti qui non c’è niente…». Chiede don Verzé: «Mobilia lo farà?». Risposta: «Sì … viene da me lunedì mattina alle nove e mezza…». Le relazioni con i vertici della politica e della sanità lombarda viaggiano su corsie preferenziali, tanto che più volte don Verzé invita Cal a prendere appuntamenti con Formigoni fissando lui stesso giorno e ora come se potesse disporre dell’agenda del governatore.
Una vicinanza politica strettissima, culminata in un viaggio di Formgoni sull’ aereo del San Raffaele verso l’isola di Saint Marteen, che si basa anche su reciproci interessi. Don Verzé ha bisogno delle convenzioni con la Regione per rendere più competitivo e profittevole il suo ospedale, il presidente della Regione sa che è proprio tra le corsie e le strutture ospedaliere che si annidano le migliori leve per mantenere il potere. La sanità è la corsia preferenziale per rapporti di affari e politica che consolidano un regno che si dirige verso il ventennio, nato nelle urla dei comizi di Bossi, rivelatosi all’Italia con la cassetta di Berlusconi e cristallizzatosi nella prima vittoria elettorale del Celeste, nell’ormai lontano 1995.

IL MODELLO LOMBARDO - La Lombardia di Roberto Formigoni è il simbolo della II Repubblica. I due movimenti che hanno riplasmato il sistema politico italiano, il leghismo e il berlusconismo, si sono originati nella più grande e ricca Regione italiana, trovando nella ricca area milanese e nell’infinita periferia pedemontana la forza e il denaro per mantenere il potere a Roma. Milano è stata la sede del potere: il controllo di Regione e Comune, almeno fino all’avvento di Pisapia, hanno permesso il mantenimento di in fluentissimi centri di potere, e la creazione di una nuova classe dirigente poi trapiantata nei ministeri o in Parlamento. Da Lupi alla Gelmini, l’elenco è infinito. Il patto di potere Bossi Berlusconi ha retto fino a Monti, e probabilmente durerà ancora, a giudicare dalla solidità del legame che c’è tra Formigoni e i leghisti lombardi. Troppo importante la Lombardia perché scandali e derive affaristiche sveglino i guerrieri padani. Al contrario, quando qualche leghista come Alessandro Cé, ex capogruppo alla Camera e poi assessore regionale alla Sanità, ha denunciato l’eccessiva influenza della piovra ciellina, Bossi in persona ha pensato bene di cacciarlo. La parte più consistente del bilancio regionale spetta alla Sanità, che in Lombardia si è trasformata negli ultimi quindici anni, grazie alla già citata legge regionale numero 31 del 1997.

I numeri della sanità Lombarda sono i seguenti: tagliati diecimila letti negli ospedali pubblici, raddoppiati i ricoveri negli istituti privati. Così è cambiata la Sanità Lombarda in dieci anni. Una trasformazione epocale iniziata dieci anni fa con l’approvazione della legge egionale n° 31, che ha di fatto sancito l a piena parificazione t r a l e strutture sanitarie pubbliche e quelle private accreditate. Negli interventi susseguitesi è emerso che un posto su tre è nel privato, cresciuto del 7% negli ultimi 10 anni: su un totale di 44.920 mila posti letto. Le strutture accreditate registrano 14.233 posti letto pari al 31%, contro i 13.116 su 53.299 (24% di una volta). L’aumento è proporzionale alla ospedalizzazione, compresi i day hospital, con una durata inferiore alle 24 ore: negli istituti privati adesso se ne contano 636 mila. Un numero notevole che percentualmente rappresenta il 30% delle ospedalizzazioni a quota 2 milioni e 120 mila. Questa avanzata senza precedenti procede di pari passo con il moltiplicarsi dell’attività economica in mano ai privati per una quota pari al 35%.

SANITA’ DEGLI SCANDALI – Il modello sanitario lombardo prevede che ogni prestazione sanitaria effettuata da una struttura privata sia rimborsata dal pubblico se l’ospedale è convenzionato con la Regione. Al di là degli effetti controversi sui bilanci pubblici – questo sistema è così costoso che è stato adottato dal centrodestra solo in Lombardia – un simile modello ha incentiva il già congenito malaffare delle commistioni pubbliche –private italiane. Il San Raffaele e il suo crac da più di un miliardo di euro è solo l’ultimo, e il più clamoroso, di una lunga serie di scandali. Tre anni fa un altro gioiello della sanità milanese, il Santa Rita, era stato al centro di un’indagine pesantissima.

La Guardia di Finanza di Milano ha arrestato 13 medici e il titolare della casa di cura milanese Santa Rita, struttura privata ma convenzionata con il Servizio sanitario nazionale. Le 14 ordinanze di custodia cautelare, delle quali due in carcere e le altre ai domiciliari, sono state firmate dal gip Micaela Curami su richiesta dei pm Grazia Pradella e Tiziana Siciliano, titolari delle inchieste sulla nuova «sanitopoli» milanese che riguarda presunti rimborsi gonfiati per un totale di circa 2 milioni e mezzo di euro, denaro sequestrato insieme a circa 4mila cartelle cliniche. Destinatari 13 medici, tra cui l’ex direttore sanitario della Santa Rita, e il rappresentante legale nonché socio di maggioranza della struttura, il notaio Francesco Paolo Pipitone. Anche la clinica in qualità di ente giuridico è indagata in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti. C’è anche l’omicidio aggravato dalla crudeltà tra le 90 accuse totali contestate a un paio di medici destinatari delle ordinanze delle custodie cautelari. A vario titolo le altre accuse vanno dalle lesioni gravissime alla truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale fino al falso.

L’ospedale privato forniva prestazioni non necessarie ai pazienti così da aumentare la quota dei propri rimborsi regionali, dato che il Santa Rita era convenzionato con la Lombadia. Ecco alcuni episodi finiti all’attenzione degli inquirenti.

La procura di Milano, pm Tiziana Siciliano e Grazia Pradella, aveva chiesto la misura della custodia cautelare in carcere per 14 indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla clinica Santa Rita, dove insieme alla truffa al servizio sanitario nazionale sono contestati anche cinque omicidi di pazienti. Ma il gip Micaela Serena Curami ha attenuato la richiesta di misura per 12 degli indagati concedendo il beneficio degli arresti domiciliari.L’accusa di omicidio aggravato si riferisce a cinque pazienti, anziani in condizioni di forte debilitazione, operati nonostante non fosse necessario. Secondo le indagini, in conseguenza dell’intervento i cinque sono morti. Il reato di lesioni gravissime si riferisce invece a operazioni ritenute dagli inquirenti inutili, su malati terminali o comunque con prognosi infausta. Tra gli episodi contestati anche una decina di casi di pazienti con tubercolosi curati con l’asportazione del polmone. Proprio per far luce su questi episodi lo scorso anno l’Asl di Milano aveva creato una commissione d’inchiesta e sospeso l’accreditamento col Ssn per il reparto di chirurgia toracica della clinica. In altri casi sarebbero state asportate mammelle a donne in giovane età, compresa una ragazza di 18 anni, senza motivo, quando sarebbe bastata la semplice asportazione di un nodulo. Una donna di 88 anni affetta da tumore, sarebbe stata operata 3 volte in tre mesi (con un rimborso di 12 mila euro a intervento), quando sarebbe bastato un solo intervento. In molti casi il consenso all’intervento non sarebbe stato firmato dai pazienti e l’operazione eseguita anche contro il parere del medico curante. Complessivamente gli indagati sono 18.

LA MALAVITA E LA SANITA’ – Il ricco business della sanità lombarda, oltre 17 miliardi di euro l’anno, ha attratto le attenzioni della criminalità organizzata, cresciuta esponenzialmente negli ultimi vent’anni prima nelle periferie milanesi e poi allargatasi a tutto l’hinterland e oltre, verso la ricca Svizzera. Nell’indagine Infinito sulla ‘ndrangheta in Lombardia, recentemente giunta a sentenza di primo grado per i boss, sono coinvolte tre persone nominate dalla giunta lombarda al vertice di Asl o enti regionali: Carlo Antonio Chiriaco, Pietro Gino Pelle e Pietro Pilello.
Dei primi due avevamo già parlato in occasione del nuovo libro denuncia di Nando Dalla Chiesa sulla mafia al Nord, mentre Pilello è un manager di area Forza Italia/Pdl intercettato al telefono con il capoclan della ‘ndrina milanese Cosimo Barranca.

Carlo Antonio Chiriaco è stato direttore dell’Asl di Pavia e persona molto vicina a Giancarlo Abelli, uno dei big di Comunione e Liberazione. Chiriaco è stato arrestato a luglio del 2010insieme ad altre 300 persone nella maxi operazione che ha smantellato una parte significativa della ‘ndrangheta. Un uomo spregiudicato, ambizioso, perennemente impegnato in traffici e trame di ogni tipo, da sempre a disposizione delle strutture mafiose. La sua carica di direttore sanitario della Asl l’aveva messa nelle mani della ’ndrangheta, insieme ai propri contatti politici, creando «un sistema di potere tutto all’interno di una logica privatistica senza alcun riguardo per l’interesse pubblico». E’ questo il ritratto di Carlo Antonio Chiriaco che emerge dalle indagini della Dda di Milano, concluse all’alba di martedì con l’arresto di trecento persone. Dopo il caso Chiriaco è scoppiata un’altra nomina shock all’interno della Sanità lombarda, sempre legata a quella ‘ndrangheta che controlla una parte cospicua dell’attività economica della regione più ricca d’Italia. A dicembre 2010 Pietrogino Pezzano, ex direttore dell’Asl di Monza Brianza, viene scelto per guidare l’Asl più importante della Lombardia, la numero 1, quella di Milano. Il nome di Pezzano è emerso più volte nelle intercettazioni che hanno portato all’arresto di Chiriaco. Pietrogino Pezzano, 64 anni, è nato a Palizzi in provincia di Reggio Calabria. Anche detto «dottor Dobermann» per i suoi allevamenti di cani dobermann di razza pura, compare – senza essere indagato – nell’inchiesta «Infinito» della Dda di Milano, che nel luglio scorso ha portato all’arresto di 304 persone tra Calabria e Lombardia. Per tutti gli arrestati l’accusa è la stessa: associazione per delinquere di stampo mafioso. Di Pezzano è la voce intercettata dall’antimafia mentre parla con Peppe Sgrò, ritenuto dagli inquirenti un importante affiliato alla cosca di Desio, che grazie al neo direttore ottiene un lavoro per l’installazione di condizionatori nelle Asl locali di Cesano Maderno, Desio e Carate Brianza. Sempre Pezzano compare in alcune fotografie che lo ritraggono insieme a capibastone della Brianza come Saverio Moscato e Candeloro Polimeni. Pezzano si difende: «la moglie di Polimeni non stava bene e io sono andato a visitarla». Ma la signora nelle immagini della Dda appare piuttosto in salute.

TRIONFO DEL MALAFFARE – Ma la sanità non è l’unico ambito degli scandali. Dai rifiuti alle cave, sono molti i campi minati dove sono saltate pedine importante dello scacchiere lombardo. Il caso più recente è quello dell’ex assessore Franco Nicoli Cristiani, attuale vice presidente del Consiglio, arrestato per una presunta tangente da centomila euro legata alla gestione dei rifiuti.

Se anche la seconda tranche sarebbe stata pagata in “Big Babol” – le banconote da 500 euro dello stesso colore delle gomme americane – non è dato sapere. Ma di una cosa gli investigatori sono ormai certi: i 100mila euro consegnati a Franco Nicoli Cristiani, vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia dove è stato a lungo assessore all’ambiente, erano solo una parte – la prima – di una tangente che complessivamente avrebbe portato nelle tasche del politico il doppio di quella cifra. Duecentomila euro. Lo ha raccontato ai magistrati l’imprenditore bergamasco Pierluca Locatelli. Che ha ammesso di avere pagato la mazzetta dirottata a Nicoli Cristiani, il 26 settembre scorso, dal dirigente tecnico dell’Arpa Giuseppe Rotondaro (il “pony express”, anche lui “oliato” con 10mila euro): specificando che altro denaro avrebbe dovuto tirare fuori.

Massimo Ponzoni, ex assessore poi diventato anch’egli vice presidente nell’attuale legislatura, è sotto indagine per una tangente da 220 mila euro.  Peggio è andata al suo ex collega Piergianni Prosperini, volto simbolo della destra lombarda anti immigrazione, arrestato per due volte per casi di corruzione, la prima addirittura in diretta televisiva. . Numerose inchieste hanno coinvolto Giancarlo Abelli, uno degli esponenti più potente di Comunione e Liberazione, promosso a Roma anche per distogliere l’attenzione dai problemi legali che coinvolgevano lui o suoi familiari in Lombardia, mentre è ancora da chiarire l’esito dell’inchiesta sulle firme false che hanno presentato il listino regionale del 2010, quello dove è stata eletta Nicole Minetti. Roberto Formigoni, come sempre, si è smarcato anche dal caso Nicoli Cristiani, accusando di strumentalizzazione chi lo accusa

Il presidente della Lombardia parla di “tentativi di delegittimazione” nei confronti della Regione e della maggioranza, per la vicenda di tangenti che nei giorni scorsi ha portato in carcere il vicepresidente del Consiglio regionale Franco Nicoli Cristiani. Ribadisce “l’estraneità” della giunta e si dichiara “pronto a fornire tutti i particolari” a un’eventuale commissione speciale, se l’assemblea regionale lombarda decidesse di formarla. Una vicenda in cui la Regione “è parte lesa”, afferma Formigoni rispedendo al mittente le critiche di chi ricorda altri casi recenti di ex assessori o consiglieri regionali coinvolti in inchieste giudiziarie.
“Io – dice ai numerosi giornalisti che fuori dall’aula lo stringono in un assedio di telecamere e registratori – sono il presidente della Regione Lombardia, non sono il sultano della Lombardia. Io rispondo degli atti miei e della giunta e nulla di irregolare è stato commesso ne’ dal presidente ne’ dalla giunta. Se poi ci sono altri soggetti che eventualmente compiono cose irregolari e ne rispondono loro”. Formigoni spiega di non volersi pronunciare sulla colpevolezza degli arrestati, tra i quali Nicoli Cristiani, che nel suo discorso il governatore non nomina mai direttamente, ma quelli emersi dall’inchiesta, afferma, “sono atti del tutto inaccettabili e li condanno senza tentennamenti, contrari alla nostra idea di politica e di buona amministrazione”.

LA SALVEZZA NELLA LEGA? – I continui scandali sono una botta durissime per le ambizioni del Celeste. Formigoni è ormai intrappolato nella prigione dorata della Lombardia, dalla quale spera di uscirne con un incarico di leader nazionale. Il suo sogno è la candidatura a premier del Pdl nelle prossime elezioni, ma la corsa è lunga e l’esponente ciellino gode di molte antipatie nel suo partito. La salvezza potrebbe arrivare dai leghisti, con i quali Formigoni, così come CL, intrattiene da anni un rapporto di amore e odio basato sul reciproco interesse di mantenere il controllo della regione più ricca d’Italia.

Sta accadendo qualcosa di strano, sotto la pelle della politica lombarda. Sostiene Roberto Formigoni ospite ieri in via Bellerio, sede della lega Nord alle soglie della secessione: «Con la Lega abbiamo una grande alleanza sul territorio e vogliamo ricostruire questa alleanza a livello nazionale in vista delle elezioni politiche del 2013». Sicchè – come da queste colonne preannunciato – l’asse del nord si ripropone territorialmente e odora dell’incenso ciellino. Formigoni ha confermato che Pdl e Lega sono al lavoro per ricostruire la loro alleanza «su base nazionale entro le prossime elezioni politiche previste nel 2013. È una grande alleanza sul territorio, vogliamo ricostituire questa alleanza a livello nazionale in vista delle prossime elezioni politiche». L’idea padana è: diamo una mano a Formigoni per farlo planare a Roma (ministro degli esteri? Leader per le Primarie nel Pdl? Quién sabe?); e lui ci spiana la strada al governo della Lombardia.

Chissà se l’aiuto leghista riuscirà a dare a Formigoni quella spinta che lo libererà dalle tante tensioni, e stranezze, mostrate negli ultimi mesi. La fine dei lunghi cicli è sempre traumatica in Italia, e come mostra la caduta di molti pezzi del mosaico lombardo, anche per il Celeste è arrivato il momento di fuggire dalla prigione dorata, e costosissima, del Pirellone. Quelli che gli salvano il culo stanno per finire.

RIFLESSIONI