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Ecco come i partiti fanno soldi con le nostre tasse: 3 miliardi Referendum del '93 abolì il finanziamento pubblico, ma ecco che la politica si inventò i rimborsi: da allora 300 milioni l'anno

Ecco come i partiti fanno soldi con le nostre tasse: 3 miliardi Referendum del '93 abolì il finanziamento pubblico, ma ecco che la politica si inventò i rimborsi: da allora 300 milioni l'anno

 

 Politica

Ecco come i partiti fanno soldi con le nostre tasse: 3 miliardi

Referendum del '93 abolì il finanziamento pubblico, ma ecco che la politica si inventò i rimborsi: da allora 300 milioni l'anno







Ecco come i partiti fanno soldi con le nostre tasse: 3 miliardi
 

Si è parlato così tanto degli stipendi dei parlamentari, che molti si erano scordati che per foraggiare la casta i contribuenti devono anche sborsare ogni anno i soldi per gli intramontabili finanziamenti pubblici ai partiti. Qualcuno, forse tratto in inganno dal referendum radicale del 1993 che li aveva aboliti, pensava addirittura che non ci fossero più. In realtà, non solo non sono scomparsi, ma sono sempre più sostanziosi. Secondo i calcoli effettuati lo scorso anno dalla Corte dei Conti quelli che ora si chiamano rimborsi elettorali ci sono costati dal 1993 ad oggi la bellezza di 2.254 milioni di euro (senza includere le europee del 2009 e le regionali del 2010). La beffa è che per sostenere i costi delle cinque consultazioni politiche, tre europee e tre regionali che si sono svolte nel periodo i partiti politici hanno speso in tutto solo 579 milioni di euro. Stesso discorso con le ultime elezioni politiche del 2008, a fronte di spese dichiarate di 135 milioni i partiti si beccano 501 milioni per cinque anni.


Contributi miracolosi - Il miracolo della moltiplicazione delle prebende è dovuto al fatto che, come prevede la legge attualmente in vigore i rimborsi non vengono calcolati, così come sembrerebbe logico fare, sulla base delle spese, ma sulla base dei voti che ciascuna formazione politica porta a casa. Si stabilisce un bel coefficiente e si fa l’operazione. Non solo. Il pagamento viene effettuato ogni anno a prescindere dall’effettiva prosecuzione della legislatura. Per arrivare a questo risultato ci sono voluti non pochi interventi legislativi. La prima legge è praticamente di qualche giorno dopo il referendum abrogativo, nel dicembre 1993. Lì avviene la trasformazione del finanziamento pubblico in rimborso.

Il cerchio si chiude - Un passaggio nel 1997 confonde un po’ le acque con un regimi transitorio e una cifra assegnata a tavolino. Finché, nel 1997, il rimborso torna ad essere un finanziamento vero e proprio attraverso la norma che slega il contributo alle spese effettivamente sostenute. 
Il cerchio si chiude soltanto nel 2006, quando, oltre a slegare rimborsi e spese, si abolisce anche la corrispondenza tra i soldi ricevuti e la prosecuzione della legislatura. Il risultato è che ogni anno le somme si accavallano e si incrociano e portano nelle tasche dei partiti circa 300 milioni. Prendiamo il 2008, anno particolarmente ricco per la casta. Alle formazioni politiche arrivano 99,9 milioni di euro per la terza rata delle elezioni politiche del 2006, 100,6 milioni per la prima rata del contributo per quelle del 2008, 41,6 milioni per la quarta tranche delle regionali del 2005 e 49,4 milioni per la quinta rata delle europee del 2004. Stesso discorso nell’anno successivo. Resta praticamente tutto uguale, solo che al contributo per le europee del 2004 (finalmente concluso) si sostituisce quello per le europee del 2005. E via così fino ai giorni nostri, dove le tre consultazioni si incastrano in un perfetto domino per garantire sempre la stessa cospicua cifra.

La rendita di Prc - Certo, qualcuno di tanto in tanto resta a bocca asciutta. Dal 2011, ad esempio, Rifondazione comunista ha dovuto rinunciare ai suoi 6 milioni e 987 mila euro all’anno. Siamo però sicuri che nessuno sia sia lamentato più di tanto. A fronte di spese accertate dalla Corte dei Conti per le elezioni del 2006 di un milione e 636 mila euro, infatti, il partito dei duri e puri del comunismo si è visto assegnare complessivamente un bottino di 34 milioni 932 mila euro. Si tratta praticamente di 2.135 euro per ogni 100 spesi. Un ritorno dell’investimento che neanche lo speculatore più spregiudicato riuscirebbe ad ottenere.

Investimenti leghisti - Ma come Rifondazione comunista hanno avuto i loro bei guadagni tutti i partiti del cosiddetto arco costituzionale, dal Popolo delle Libertà al Partito democratico, fino all’Italia dei Valori. Anche quella Lega Nord sempre pronta a puntare il dito ed ora pizzicata con le mani nella marmellata ha avuto il suo business. A fronte di spese accertate dalla magistratura contabile di 2 milioni e 940mila euro, il Carroccio ha incassato, o meglio continua ad incassare fino al 2012, 41 milioni e 385 (8 milioni e 277mila l’anno). L’investimento è un po’ meno redditizio di quello di Prc, ma anche i leghisti si difendono: con 100 euro se ne ritrovano in mano 1.408.

di Sandro Iacometti

CARI AMICI DEL GRUPPO RIFORMA DEI PARTITI E DEI SINDACATI E' GIUNTO IL MOMENTO DI AGIRE. L'ARTICOLO RELATIVO AI FONDI PUBBLICI ALLE LEGA CHE FINISCONO IN TANZANIA E' LA PROVA  (MA CE NE SONO ALTRE) CHE BISOGNA  REGOLAMENTARE CON CONTROLLI E VERIFICHE .  MA SOPRATTUTTO COME NOI GIA' DA TEMPO PROPONIAMO E' CHE IL CONTRIBUTO PUBBLICO RELATIVO AI FINANZIAMENTI ELETTORALI DEVE ESSERE DATO SULLE SPESE EFFETTIVE SOSTENUTE DAI PARTITI. I PARTITI DOVRANNO PER QUESTO GIUSTIFICARE LE LORO SPERSE ELETTORALI CON PEZZE GIUSTIFICATIVE LEGALI (SCONTRINI, FATTURE, BOLLE) ECC. ALTRO PUNTO E' CHE I NOSTRI POLITICI SONO DEI VERI E PROPRI DISONESTI ISTITUZIONALI IN QUANTO LA MAGGIOR PARTE DI ESSI PAGANO IN NERO I LORO ASSISTENTI. E QUESTO LASCIATEMELO DIRE NON E' DARE BUON ESEMPIO . NEL PARLAMENTO SI FANNO LE LEGGI.. MA COLORO I QUALI FANNO LE LEGGI SONO DISONESTI... CHE CREDIBILITA' POSSO AVERE DAVANTI AL POPOLO SOVRANO  QUESTI IPOCRITI  SE DISONORANO LA LORO ALTA CARICA POLIICO ISTITUZIONALE??. ENTRO LA SETTIMANA ELABOREREMO UNA LETTERA APERTA  (PRIMA DI INVIARLA LA PUBBLICHERO' SUL NOSTRO BLOG E SU FACEBOOK PER VOSTRE EVENTUALI RETTIFICHE E SUGGERIME3NTI) CHE INVIEREMO AI MASSI ESPONENTI DI PARTITIO E AI PRESIDENTI DELLE DUE CAMERE E PER CONOSCENZA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MONTI. POI VALUTEREMO LE EVENTUALI RISPOSTE ISTITUZIONALI E DA ESSE DECIDEREMO O MENO SE PROMUOVERE UNA AZIONE A LIVELLO COMUNITARIO.

GUARDATE IL VIDEO CHE QUI PRODUCO DAL TITOLO : I PARTITI POLITICI SANGUISUGHE DELLA SOCIETA'.

GABRIELE CERVI 

 

Il vero tesoro dei lumbard: 170 milioni di rimborsi

Un libro-inchiesta su soldi, immobili, società, fondi pubblici e privati dei partiti. Il brano riportato è parte del capitolo sulle finanze della Lega, dagli esordi a oggi

di Paolo Bracalini - 

Pubblichiamo un'anticipazione tratta da «Partiti S.p.A» (Ponte Alle Grazie, pagg. 350, euro 14), in libreria da dopodomani. Un'inchiesta su soldi, immobili, società, fondi pubblici e privati dei partiti firmata dal giornalista del Giornale Paolo Bracalini.

Bossi e Maroni
Bossi e Maroni
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Il brano riportato è parte del capitolo sulle finanze della Lega, dagli esordi a oggi: milioni di euro in banca, terreni, case e tante Srl leghiste.

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«Quindi lei entrò in politica per i debiti?». «Sì, possiamo dire per i debiti». È Umberto Bossi che risponde. Siamo nel 1990, agli albori della Lega, e chi lo intervista è Indro Montanelli, sul suo Giornale. L’avventura picaresca del primo Bossi inizia così, con 20 milioni di lire di debiti, contratti per essersi preso carico del Nord-Ovest, giornale dell’Union Valdôtaine, movimento del suo maestro di autonomismo Bruno Salvadori, morto in un incidente stradale.


La storia gli darà ragione e anche velocemente. Alle europee del 1989, Bossi aveva già raccolto i primi frutti, eleggendo due eurodeputati e assicurandosi quasi un miliardo di rimborso elettorale. Un anno dopo, con le regionali, la Lega fa il boom. Un milione e mezzo di voti, pari a 1.729.000.000 di lire. Due anni dopo, nel 1992, si vota per rinnovare Camera e Senato, e i «barbari» di Bossi portano a casa un bottino incredibile: 80 seggi in tutto, più dell’8% nazionale, 3,5 milioni di voti, e soprattutto, 2,7 miliardi di rimborso pubblico.«Restammo in due a far fronte a questo debito: io e il dottor Maroni. Furono un paio d’anni piuttosto duri. Io pensavo di coprire i debiti nel giro di un anno: in realtà non è andata così perché dopo un anno non avevamo ancora esaurito il passivo. De Rita, che io conosco personalmente, su Panorama ha detto chiaramente ai partiti: compratevi la Lega. Mi hanno anche offerto 50 miliardi, ma penso che molte offerte vengono fatte con la speranza di indurre a qualche frattura». E soprattutto non sarebbe stato un buon affare per Bossi, che con il suo diabolico fiuto intuisce già al tempo che quel giocattolo, la Lega Lombarda, deve valere molto di più.

Le cose cominciano a mettersi decisamente bene per la Lega, partita con i debiti ma diventata nel giro di pochi anni il quarto partito italiano. Mentre gli altri partiti crollano, la tribù di Bossi conquista potere giorno dopo giorno. Anche economico. Così all’inizio del 1993, mentre i partiti morenti della prima Repubblica svendevano i loro immobili o recedevano dagli affitti nel centro di Milano e Roma, la Lega acquistava 7.000 metri quadri coperti, più parcheggi e giardino. Bossi aveva infatti incaricato il suo esperto di questioni economiche, Maurizio Balocchi, futuro tesoriere del Carroccio, di trovare un immobile per farne il quartier generale del partito. Balocchi individuò quindi uno stabile che ospita una «fabbrichetta» farmaceutica, la Meazzi, in una strada della periferia di Milano, una certa via Bellerio. Architettura in puro stile lombardo anni del boom economico: niente fronzoli e tanto spazio per lavorare. Settemila metri quadri su tre piani fuori terra e due interrati, con 250 uffici già disponibili, più parcheggio e un tocco di verde stitico. Costo totale per l’acquisto intorno ai 14 miliardi. Ma da dove arrivavano tutti questi soldi? Fino a quel momento la Lega poteva contare su circa 6 miliardi di finanziamento pubblico, non di più. Tanto più che i lumbard si stavano battendo per abolirlo, il finanziamento pubblico.

(...) Quello delle finanze padane è un segreto di Pulcinella: i rimborsi pubblici. Basta dare uno sguardo ai raffronti tra quanto incassato e quanto speso per le campagne elettorali e non si fatica a capire come si possano tenere i conti in ordine. Per le elezioni 2008 la Lega ha dichiarato di aver speso 3.476.703 per la campagna elettorale. E quanto ha ricevuto come «rimborso»? Circa 38 milioni di euro. E nelle elezioni del 2006? In quella circostanza il Carroccio aveva speso 4.882.497 euro (dichiarazioni alla Corte dei Conti), ma il rimborso, scollegato dalle spese reali, ha garantito l’afflusso nelle casse della Lega Nord di circa 2 milioni di euro l’anno, per 5 anni e per ognuna delle due Camere: quasi 22 milioni di euro. I contributi delle elezioni poi si sommano tra loro, e così nel 2009 la Lega ha incamerato ben 18,5 milioni di euro di rimborsi per spese elettorali.

Nel 2010 ancora di più. I revisori dei conti leghisti riportano questo sunto nel bilancio 2010: «Per le elezioni politiche e amministrative regionali è stato introitato un contributo pari a 22.506.486,93 dalla tesoreria della Camera dei deputati e dalla tesoreria del Senato della Repubblica».

Ma a quanto ammontano i soldi pubblici ricevuti dalla Lega Nord, in rimborsi elettorali? Abbiamo tentato, per la prima volta, di ricostruire lo storico del finanziamento pubblico al movimento di Umberto Bossi (presumendo il totale sulla base delle rate annuali disposte dai presidenti delle Camere). Solo negli ultimi dieci anni (2001-2011) la Lega ha ricevuto circa 140 milioni di euro di fondi pubblici (anche escludendo i soldi destinati alla Padania e tutti gli stipendi che lo Stato versa ai suoi parlamentari). (...). La Lega (dal 1989, l’inizio della sua storia) ha quindi incassato dallo Stato quasi 170 milioni di euro in rimborsi elettorali. Ce l’avessero anche certe piccole e medie imprese del Nord un aiuto del genere (...)».


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I fondi pubblici alla Lega finiscono in Tanzania

Belsito gestisce i rimborsi elettorali e rende conto soltanto al segretario Bossi

Lega I soldi del Carroccio in Tanzania e Cipro Ecco dove vanno a finire i rimborsi elettorali

Il Secolo XIX: Belsito ha investito 8 milioni di

euro in titoli a rischio. Molti movimenti a

dicembre. Salvini: "Ci deve spiegare"

Lega I soldi del Carroccio in Tanzania e Cipro Ecco dove vanno a finire i rimborsi elettorali

Ora nessuno potrà dire che la Lega è solo un partito locale. Perlomeno dal punto di vista finanziario, il Carroccio guarda all'estero eccome. Secondo quanto riportato dal Secolo XIX, il segretario amministrativo federale, Francesco Belsito, tesoriere e uomo di fiducia di Umberto Bossi (il solo a cui deve rispondere), ha investito svariati milioni di euro di fondi pubblici del partito in vari paesi. Considerevoli operazioni coordinate da Banca Aletti, il sistema di private e investment banking del Banco popolare. Si comincia dalla Norvegia: 7,7 milioni di corone norvegesi (un milione di euro) vincolato per 6 mesi a un interesse del 3,5 per cento. E ancora: l'acquisto per 1,2 milioni di euro di quote del fondo Krispa Enterprise Ltd a Larnaca, a Cipro, e 4,5 milioni di euro da collocare in Tanzania. In tutto, circa 8 milioni di euro investiti in pochi giorni, nel solo mese di dicembre. Belsito ha spiegato al Secolo che "i soldi investiti arrivano dal finanziamento pubblico, rimborsi elettorali" e che non conosce personalmente l'entità degli investimenti perché "noi ci affidiamo a banche e promotori di cui ci fidiamo". I contanti prelevati (700mila euro trasferiti ad altri conti del partio, 450mila euro in assegni circolari, 50.000 ritirati personalmente da Belsito) sono serviti a rimborsare "spese per i nostri collaboratori". Gli investimenti all'estero, ha aggiunto il tesoriere della Lega, "non sono operazioni in paradisi fiscali ma investimenti alla luce del sole". Intanto, il Carroccio mugugna e chiede conto di quel giro vorticoso di denaro quando, sottolinea Matteo Salvini, "ci sono diverse sezioni che chiedono 100 euro ai militanti per pagare l'affitto a fine mese e la Padania versa in difficoltà economiche". 

Bossi e Maroni confabulano in ParlamentoBossi e Maroni confabulano in Parlamento
MILANO - Dal Regno dei fiordi all'isola di Afrodite, con un ultimo passaggio in Africa Orientale. È il percorso dei milioni di euro appena investiti dalla Lega e minuziosamente documentato da Giovanni Mari sul Secolo XIX . Secondo la sua ricostruzione, il segretario amministrativo federale - Francesco Belsito, tesoriere del Carroccio ed ex sottosegretario alla Semplificazione nell'ultimo governo Berlusconi - alla fine del 2011 ha messo in moto una considerevole serie di operazioni finanziarie coordinate da Banca Aletti, il sistema di private e investment banking del Banco popolare. 

Bossi e Belsito, un lungo sodalizioBossi e Belsito, un lungo sodalizio    Bossi e Belsito, un lungo sodalizio    Bossi e Belsito, un lungo sodalizio    Bossi e Belsito, un lungo sodalizio    Bossi e Belsito, un lungo sodalizio

 

Ecco il giro dei soldi: il 14 dicembre «un investimento in 7,7 milioni di corone norvegesi (poco più di un milione di euro) vincolato per 6 mesi a un interesse del 3,5%»; il 28 dicembre «1,2 milioni di euro per l'acquisto di quote del fondo Krispa Enterprise ltd » di base a Larnaca, nell'isola di Cipro, e infine il 30 dicembre «il collocamento di 4,5 milioni di euro in Tanzania. È l'ultimo spostamento dell'anno e, nei fatti, svuota una delle dotazioni consegnate a Banca Aletti da Belsito per conto della Lega Nord». Totale: quasi 8 milioni di euro in una decina di giorni, se si aggiungono anche i movimenti-base di 700.000 euro trasferiti ad altri conti del partito, di 450.000 euro emessi in assegni circolari e di 50.000 euro ritirati in contanti direttamente da Belsito. L'operazione in Tanzania, inoltre - specifica Il Secolo XIX - «coinvolge il consulente finanziario Stefano Bonet, coinvolto in un rocambolesco fallimento societario nel 2010 e in affari con l'ex ministro "meteora" Aldo Brancher».

Il tesoriere del Carroccio - che come sanno tutti i lumbard è figura con un enorme autonomia decisionale e, di fatto, rende conto solo al grande capo Umberto Bossi - ha risposto con fastidio alle domande del quotidiano ligure: «Queste informazioni sono una grave violazione della privacy e delle regole bancarie». E però non si è sottratto all'intervista, spiegando che i soldi investiti arrivano dal finanziamento pubblico - «rimborsi elettorali» - che personalmente non conosce l'entità delle operazioni perché «noi ci affidiamo a banche e promotori di cui ci fidiamo» e che i contanti prelevati sono serviti a rimborsare «spese per i nostri collaboratori». 
Gli spostamenti all'estero, poi, «non sono operazioni in paradisi fiscali ma investimenti alla luce del sole. Noi investiamo con concretezza, ci fidiamo dei nostri consulenti e scegliamo le cose migliori». Anche se in quel periodo i Bot rendevano più del 6%? «Evidentemente quei fondi erano più convenienti».

A Belsito, comunque, non risulta che il fondo africano sia legato a Bonet, «ma anche se fosse così, non vedo quale sia il problema». Il problema è che la girandola di milioni ha a dir poco stupito i vertici del Carroccio: persino i notabili di primissimo piano non sapevano nulla delle destinazioni finali di quei soldi e qualche imbarazzo in via Bellerio c'è. Uno sbalordito Matteo Salvini parla a nome dei padani, preoccupandosi del bene della Lega e del nord: «Ci sono diverse sezioni che chiedono 100 euro ai militanti per pagare l'affitto a fine mese. La Padania , il nostro quotidiano, versa in difficoltà economiche che tutti conoscono. E poi leggiamo della Tanzania... Spero, per rispetto dei militanti, che ci sarà una spiegazione per ogni quattrino speso».

Un'interpretazione economica dei movimenti prova a darla Angelo Drusiani, esperto obbligazionario della banca italo-svizzera Albertini Syz: «Affidarsi a promotori specializzati è prassi: i tesorieri di partito li scelgono spesso. Avere in portafoglio diverse valute, poi, è naturale per chi fa investimenti di rilievo: la corona norvegese è la moneta di un Paese ricco che non dovrebbe subire contraccolpi. Piuttosto, le operazioni in Tanzania e a Cipro sono una scelta estrema: serve un rapporto di estrema fiducia con un intermediario esperto. La decisione di non comprare Bot, però, mi sembra politica: se fossero stati al governo non l'avrebbero fatta». 

Elsa MuschelPiù informazioni su: Belsito, Bossi, Cipro, Fondi, Lega, Norvegia, Off Shore, Salvini, Tanzania

Il tesoriere inguaia Bossi La Lega è una polveriera

E' rissa nel partito dopo lo scandalo dei soldi del Carroccio in Tanzania. Salvini: buttano in Africa i soldi che chiedono per le sezioni


Il tesoriere inguaia Bossi La Lega è una polveriera


La Lega litiga sui soldi. È successo alla segreteria politica di ieri, dove Roberto Maroni ha annunciato a Umberto Bossi di non voler fare il capogruppo a Montecitorio. La mossa dell’ex ministro dell’Interno serve per zittire le malignità sul suo conto, e che continuano a essere riportate al Senatur, secondo cui vorrebbe sostituire Marco Reguzzoni per gestire i quattrini del gruppo e investirli addirittura in un nuovo partito. Voci infondante e che Maroni smentisce seccamente. «Non me ne frega nulla dei soldi» ha sbottato di fronte agli altri colonnelli e al leader, radunati in via Bellerio.

 

Per capire la tensione nel Carroccio bisogna tornare a domenica, quando un’accurata inchiesta de Il Secolo XIX ha dimostrato che quasi otto milioni di euro hanno lasciato i conti genovesi dei lumbard per essere investiti in Tanzania, Cipro e Norvegia. Regista dell’operazione è stato il tesoriere del movimento, Francesco Belsito, che s’è messo in moto tra il 23 e il 30 dicembre scorso. La fetta più grossa (4,5 milioni) è stata destinata in un fondo nel paese africano, mentre circa un milione a testa è finito in un fondo a Cipro e in corone norvegesi. A questi quattrini vanno aggiunti 700mila euro trasferiti ad altri conti del partito, 450mila euro emessi in assegni circolari e 50mila euro ritirati in contanti direttamente da Belsito. La notizia, confermata dal tesoriere e scritta da Giovanni Mari, ha fatto sobbalzare sulla sedia i leghisti. Anche perché alcuni dirigenti di primo piano, compresi Maroni e Roberto Calderoli, non ne sapevano nulla. Idem Roberto Castelli, che pure è uno degli amministratori del partito insieme a Belsito e al parlamentare Piergiorgio Stiffoni. Ieri pomeriggio l’ex Guardasigilli ha fatto presente la cosa a Bossi e allo stesso Belsito. In mattinata era stato Matteo Salvini ad alzare la voce: «Ci sono diverse sezioni che chiedono 100 euro ai militanti per pagare l’affitto a fine mese. La Padania, il nostro quotidiano, versa in difficoltà economiche che tutti conoscono. E poi leggiamo della Tanzania... Spero, per rispetto dei militanti, che ci sarà una spiegazione per ogni quattrino speso». Frasi che hanno fatto inferocire Belsito e - più in generale - i colonnelli del cerchio magico, ovvero i dirigenti vicini alla famiglia del Senatur. E di cui fa parte proprio il tesoriere. Fatto sta che nel pomeriggio, in via Bellerio, era convocata la segreteria politica. All’ordine del giorno, al primo punto, c’era la manifestazione del 22 gennaio a Milano e la scelta sull’arresto di Nicola Cosentino (i padani hanno poi deciso voteranno sì). Ma ovviamente i riflettori si sono accesi sui soldi. Belsito ha giurato che è tutto in regola, e che il fondo che ha sede in Tanzania prevede investimenti fuori dal paese africano.


 Giustificazioni che non hanno convinto parecchi dei presenti. Tanto che Maroni ha chiesto espressamente di approvare il bilancio preventivo per il 2012 entro la fine di gennaio, così come disposto dai regolamenti interni. Obiettivo: scandagliare a fondo tutti i movimenti di denaro. A dare il via libera dovrà essere il consiglio federale, massimo organo decisionale della Lega. E che dovrà essere convocato da Bossi in persona. Il quale, a dire la verità, non è sembrato particolarmente scosso dagli investimenti del suo tesoriere. È a quel punto che Maroni ha preso parola, guardando Umberto negli occhi: «C’è chi mette in giro la voce che vorrei fondare un nuovo partito, e che vorrei fare il capogruppo per usarne i soldi. Io mi vanto di non avere nessuno scheletro nell’armadio. A questo punto ritiro la mia candidatura a capogruppo e mi tengo le mani libere». Bobo ha anche dettato parole di fuoco all’indirizzo del presidente dei senatori Federico Bricolo, spiegando che le malignità sul suo conto vengono fatte girare proprio da Palazzo Madama (ne scriviamo nel pezzo qui sotto).

Singolare che, mentre i vertici leghisti discutevano dei milioni investiti all’estero, pochi metri più in là - nella redazione de la Padania - il cdr chiedeva lumi per capire il futuro del giornale. Prossimamente diminuirà la foliazione (diventando a 16 pagine anziché 20) e avrà anche un’edizione su internet. Il tutto per ridurre i costi, visti i problemi di bilancio. Peraltro, i nemici interni dell’ex responsabile del Viminale hanno insinuato che l’inchiesta de Il Secolo XIX sarebbe stata inspirata proprio da lui. Mentre il quotidiano on-line L’indipendenza, diretto dall’ex timoniere de la Padania Gianluca Marchi, dà un’interpretazione diversa. E scrive: «Visto che dietro l’operazione Tanzania si intravvedono le tracce di Aldo Brancher (uomo pdl da sempre di collegamento fra Berlusconi e Bossi) e di tal Stefano Bonnet, imprenditore veneto legato all’ex ministro dei 18 giorni, non è che alle loro spalle vi possa essere lo zampino del Cavaliere?». Il tutto - sostiene Marchi - per ricordare al Carroccio che la libertà di manovra ha un limite e che il legame con Berlusconi è indissolubile. Veleni e sospetti a cui s’aggiunge un altro dettaglio, scritto dalle agenzie, secondo cui Bossi avrebbe reagito così alle parole di Maroni: «Tanto il capogruppo non te l’avrei mai fatto fare...».

 

di Matteo Pandini

 

I soldi della Lega Nord? 
Finiscono investiti in Tanzania

Un articolo del Secolo XIX ricostruisce gli investimenti del Carroccio. Norvegia, Cipro e anche il continente nero la destinazione del denaro, movimentato dal tesoriere Belsito. Polemiche della base nel partito che oggi riunisce la segreteria. Salvini: "Le sezioni fanno fatica a pagare l'affitto. Mi auguro che ci sarà una spiegazione per ogni quattrino"

C’è aria di burrasca nella Lega Nord dopo la diffusione delle notizie sui giri di denaro che hanno interessato i conti del partito, documentati con dovizia di particolari in un articolo pubblicato domenica sul Secolo XIX. Di questi soldi, provenienti dai rimborsi elettorali, tanti nel movimento non sapevano nulla e probabilmente sarà la segreteria politica in programma per oggi nella sede milanese del Carroccio a chiarire la faccenda.

Negli ultimi giorni dell’anno appena concluso un conto da 10 milioni di euro, gestito direttamente dal segretario amministrativo federale del Carroccio Francesco Belsito, è stato letteralmente prosciugato e i soldi sono stati investiti in gran parte all’estero tra Norvegia, Cipro e Tanzania. Stando alla ricostruzione del quotidiano genovese, i movimenti-base dei soldi leghisti verrebbero gestiti attraverso diversi conti correnti ordinari nelle varie filiali del Banco popolare, i movimenti straordinari sarebbero invece coordinati da Banca Aletti.

“I movimenti-base – si legge nell’articolo di Mari – sono vistosi spostamenti, in entrata e in uscita: nell’ultimo semestre dai soli conti liguri sono stati trasferiti almeno 700 mila euro ad altri conti della Lega Nord, sono stati emessi almeno 450 mila euro in assegni circolari e lo stesso Belsito ha ritirato in contanti almeno 50 mila euro”.

Per quanto riguarda invece il fitto programma di investimenti leghisti andato in scena tra il 15 e il 30 dicembre scorsi le cifre sono ancora più corpose. Il primo movimento porta dritti a Cipro: “1,2 milioni di euro dalla Lega Nord per l’acquisto di quote del fondo “Krispa Enterprise ltd”. Il fondo è basato a Larnaca, città turistica della costa meridionale, vicina al confine con Cipro Nord”. Passa qualche giorno e un’altra parte dei fondi del partito di Bossi partono alla volta del nord Europa: “7,7 milioni di corone norvegesi (poco più di un milione di euro) vincolato per sei mesi a un interesse del 3,5%”. L’ultimo spostamento di danaro ordinato da Genova è quello per “il collocamento dei 4,5 milioni di euro per un’operazione in Tanzania”. Quest’ultimo investimento, sempre stando alla ricostruzione del Secolo XIX, coinvolgerebbe anche il consulente finanziario Stefano Bonet, il cui nome è legato anche ad un rocambolesco fallimento societario risalente al 2010, oltre ad essere in affari con l’ex ministro Aldo Brancher(che si è dimesso dopo 17 giorni perché indagato sulle scalate ad Antonveneta).

Francesco Belsito, plenipotenziario tesoriere del Carroccio legato con un filo diretto al Capo, Umberto Bossi, ha puntualizzato che “queste informazioni sono una grave violazione della privacy e delle regole bancarie”, spiegando di non conoscere nel dettaglio le operazioni, perché, dice, “noi ci affidiamo a banche e promotori di cui ci fidiamo. Non sono operazioni in paradisi fiscali ma investimenti alla luce del sole. Noi investiamo con concretezza, ci fidiamo dei nostri consulenti e scegliamo le cose migliori”.

Inutile dire che la notizia non è stata accolta con entusiasmo in casa leghista dove c’è già chi auspica una spiegazione, come l’eurodeputato Matteo Salvini, che ricorda: “Ci sono diverse sezioni che chiedono 100 euro ai militanti per pagare l’affitto a fine mese. La Padania, il nostro quotidiano, versa in difficoltà economiche che tutti conoscono. E poi leggiamo della Tanzania… Spero, per rispetto dei militanti, che ci sarà una spiegazione per ogni quattrino 

laPiù informazioni su: Casta, Deputati, Pd, Pdl, Portaborse, Senatori, Terzo Polo

Vita da portaborse tra lavoro nero e

precarietà 
‘E il contratto regolare che non arriva mai’

Ilfattoquotidiano.it ha intervistato Sabrina e Gianluca legati a due parlamentari del Pd. Lei regolare, lui part-time. E gli stipendi? "Il massimo può essere duemila euro netti al mese, ma i casi sono rarissimi, in realtà oscillano tra i 500 e i 1000 euro"

Sabrina e Gianluca sono due portaborse. Colleghi, legati oltre che “dall’appartenenza politica” come assistenti parlamentari di due deputati del Pd, anche da quella coniugale. Genitori di una figlia piccola di poco più un anno. Entrambi, però, con lo spettro del licenziamento come collaboratori dei deputati. “Il mio deputato mi ha già detto – dichiara Gianluca ailfattoquotidiano.it – che se dovesse passare la norma che impone a Camera e Senato di contrattualizzare i collaboratori parlamentari, lui dovrebbe tagliarmi perché le Camere sarebbero obbligate a pescare tra una rosa di nomi, secondo quanto lui sostiene, che non coinciderebbe con quella dei collaboratori personali dei parlamentari, così come avviene in altri paesi. Insomma – spiega – rientrare in quella rosa di nomi sarà come vincere unconcorso pubblico”. Paghe basse per i due portaborse, mille euro nette in busta paga per lei,500 euro appena per lui per un part time che è tale dall’inizio della legislatura, “pur essendo – racconta – l’unico portaborse del deputato”. Soldi quelli della coppia che servono appena a pagare l’affitto e le bollette di un appartamento in una zona semicentrale di Roma.

A giorni il collegio dei questori delle due camere del Parlamento dovrebbe portare agli uffici di presidenza di Camera e Senato un documento che prevede il taglio agli stipendi dei parlamentari della voce portaborse. Personale legato a 630 deputati e 315 senatori. Fino adesso pagati con i soldi che gli onorevoli avevano come indennità di spese di segreteria in busta paga. 4.100 euro per i senatori e 3.690 euro per i deputati. Eppure, secondo il coordinamento degli assistenti parlamentari, sono solo 230 i portaborse regolarizzati su 630. Gli altri 400 sono ancora in nero.

Del resto, i circa 4mila euro di indennità di segreteria vengono erogati da Camera e Senato indipendentemente dalla rendicontazione della spesa che il parlamentare ne fa. Le ipotesi ora allo studio delle due presidenze sono la gestione diretta del Parlamento oppure la conferma del budget per i deputati, a patto, però, che ogni parlamentare dimostri dettagliatamente le spese sostenute. Pena, sulla scia del modello francese, la restituzione del denaro allo Stato.

Sabrina ci dà anche le cifre dei portaborse: “Il massimo può essere duemila euro netti al mese, ma i casi sono rarissimi, in realtà oscillano tra i 500 e i 1000 euro al massimo. E questo – precisa – è un lavoro che significa quasi sempre: fatica, responsabilità, precarietà, ore di lavoro infinite e vita privata limitata, con una dignità professionale che è inesistente, anche per due laureati come siamo io e mio marito“.

A qualcuno va meglio. Lucrezia oggi è regolarizzata, ma sempre a termine, con l’Idv e al fattoquotidiano.it racconta: “Ero con un altro deputato che oggi è nel Terzo Polo, 500 euro circa al mese, si lavorava comunque tante ore con la promessa o la speranza del contratto regolare che però non è mai arrivato”. La roulette si gioca infatti tra collaboratori in regola e quelli in nero. “Ci sono le caste anche tra di noi: chi in regola e chi no – spiega Sabrina – diversificati anche tra quello in regola, magari a Montecitorio, e quello in nero nel collegio elettorale del parlamentare, o viceversa. Tutti e due potrebbero essere messi in regola, anche a pochi soldi, oppure solo uno dei due ‘vince’ il contratto e spesso è umiliante confrontarsi tra colleghi dello stesso deputato su questo aspetto: ‘Io in nero, tu regolarizzato’ oppure chi può andare alla mensa e chi no, perché l’entrata a mensa a prezzi modici prevede la presentazione di un’autorizzazione scritta e se sei in nero non puoi richiederla”. “Molti parlamentari – continua Sabrina – con il proprio portaborse non regolarizzato, usano come scusa il fatto che devono pagare anche la segreteria sul proprio collegio elettorale, ma con questa legge elettorale il rapporto tra il deputato e gli elettori è oggi molto labile”.

Gianluca rivela in cosa consiste il suo lavoro: “La mia è una collaborazione che non prevede orari fissi, riguardo i discorsi, aggiorno il sito del deputato, preparo i dossier, riesco per fortuna a prendere altri 700 euro da un’altra collaborazione, altrimenti saremmo sotto i ponti”. Sabrina spiega: “Paradossalmente sono garantiti di più i collaboratori dei piccoli deputati. Conosco – dice – diversi colleghi che lavorano per deputati importanti, di grande visibilità e che sono in nero. Perché? Perché la vicinanza al deputato che ha più potere apre porte significative. Magari è il vagheggiamento di quasi tutti i portaborse, un posto garantito – conclude – in qualche ente, nel partito stesso oppure la candidatura al comune, in provincia o in Regione, trascinati dall’accostamento con il grande politico nazionale. Si vive, in sostanza, di luce riflessa“.


 

 

Openpolis, gli onorevoli italiani
sono fannulloni e assenteisti

 

Il portale che monitora la politica di casa nostra ha stilato una speciale classifica che misura l'indice di produttività di deputati e senatori. I meno attivi sono Marcazzan, Ghedini, Crisafulli e Tedesco. La percentuale di assenze è 10 volte superiore a quella americana

 

 

“Le corone di fiori ai funerali, i regali più belli ai matrimoni”… così Clemente Mastellaspiegava qualche anno fa, in un’intervista aReport, la necessità per i parlamentari di avere stipendi più alti. La rappresentanza. Come se le persone comuni non andassero a funerali e matrimoni.


La domanda non dovrebbe essere solo riferita all’ammontare dell’emolumento (nella pubblica amministrazione ce ne sono anche di molto più alti), ma se lo stipendio è troppo alto rispetto al lavoro svolto e perché non sia modulato di conseguenza. Il sito Openpolis ha introdotto, oltre al calcolo delle presenze, un indice di valutazione della produttività di deputati e senatori in base all’attività svolta in parlamento, la tipologia degli atti presentati, il consenso ricevuto, l’iter dei lavori e la partecipazione in Aula.

“Non intendiamo dire chi lavora e chi no – spiegano i ricercatori sul sito di Openpolis – ci concentriamo solo ed esclusivamente su quella parte del lavoro parlamentare volto alla proposta, discussione, elaborazione ed approvazione di atti legislativi e non”. Dalla classifica emerge che il deputato più produttivo è Antonio Borghesi dell’Idv con un valore pari a 1035. Il secondo è Pier Paolo Baretta del Pd (991, 6). Tra loro e i meno produttivi c’è un abisso. Gli ultimi tre posti sono occupati da Pietro Marcazzan dell’Udc (14, 1) subentrato in corso di legisaltura, il 15 settembre del 2010, poi Nicolò Ghedini del Pdl, (14, 4) e Maurizio Grassanodella Lega (19, 6) anche lui entrato il 17 giugno del 2010. Per quanto riguarda Palazzo Madama i due più produttivi sono entrambi dell’Udc, Gianpiero D’Alia e Carlo Vizzini con, rispettivamente, 1199, 7 il primo e 1032, 6 il secondo. Gli ultimi della classe sono inveceVladimiro Crisafulli del Pd, con una valutazione pari a 12, 9, Alberto Tedesco ex Pd ora gruppo Misto (13, 2) e Sergio Zavoli, sempre del Pd (15, 6).

Dal conteggio sono escluse le attività istituzionali come quelle di presidenti di Commissione o capigruppo. Analizzando invece il dato oggettivo delle presenze in aula il massimo assenteista di Montecitorio si conferma Antonio Gaglione, gruppo Misto, presente al 6, 38 % delle sedute. Il secondo è ancora Niccolò Ghedini, (22, 7 %) poi Antonio Angelucci, del Pdl (28, 58 %). Al Senato detiene il record di assenze la vicepresidente radicale Emma Bonino, (28, 7 %). Seguono Domenico Nania del Pdl (33, 45 %) e Giovanni Pistorio del gruppo Misto (34, 20 %). I più presenti un deputato e un senatore del Pdl: Remigio Ceroni alla Camera (99, 86 %) eCristiano De Eccher al Senato (99 ’ 92 %). Come riportato dai giornalisti Rizzo e Stella nel libro “Licenziare i padreterni”, il tasso di assenteismo medio italiano è circa del 30 %, mentre al Senato americano è del 3, 1 %.

Per quanto riguarda la media delle ore lavorate in aula, escludendo quindi le Commissioni, in una settimana di attività intensa come quella tra l’ 11 e il 18 dicembre, con l’esame dellaFinanziaria, i deputati si sono riuniti in assemblea 30 ore e 10 minuti tra il 14 e il 16 dicembre mentre a Palazzo Madama ci sono state 14 ore e 28 minuti di seduta in tre giorni. Il governo ha rimandato al Parlamento l’onere di occuparsi del taglio dei propri stipendi. Se fossero modulati su presenze e produttività i doppiolavoristi non riceverebbero soldi dallo Stato mentre svolgono le loro attività e Antonio Gaglione sarebbe costretto a presentarsi in aula per ricevere lo stipendio.

 



 

L'on. e la busta pesante: "Vi dico io come tagliarla"

La radicale Rita Bernardini: diaria da rivedere, giustificare tutte le spese

La denuncia: "I collaboratori pagati in nero sono centinaia: devono essere pagati dall'Ente e non dal parlamentare"


 
 
Rita Bernardini ripresa mentre si dirige verso Montecitorio (Ansa)
Rita Bernardini ripresa mentre si dirige verso Montecitorio (Ansa)

di Francesco Ghidetti
ROMA, 7 gennaio 2012 - RITA Bernardini, esponente della pattuglia radicale eletta nelle liste del Pd a Montecitorio, ci mostra la sua busta paga. "Specifico subito. Non c’è ‘una’ busta paga. Ma treIl primo cedolino, inviato dal gruppo parlamentare, prende il nome di ‘Rimborso per spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettore’. Il secondo è ‘l’Indennità’. Il terzo è la ‘Diaria’. Inoltre, ogni tre mesi arriva un altro cedolino di 3.323,27 euro per spese di viaggi e trasporti. Infine, ogni sei mesi ecco i 3.098,74 euro per le spese telefoniche".

Lei quanto si mette in tasca pulito?
"Non è un calcolo facile. Varia di mese in mese. Al mio partito verso mensilmente 5mila euro. Poi, ne spendo altri 1.200 per una consulenza e altri 800 per un contratto a progetto, ovviamente entrambi regolari".


In tutto ne prende 14mila, no?
"Sì. Leviamo i settemila tra partito e contratti di consulenza e collaborazione. Poi ci sono i contributi extra, le iscrizioni e il discorso dei viaggi...".

Che non pagate.
"Sì, il trasporto. Ma quando si è fuori per visitare carceri come ho già fatto per almeno 180 volte, o per presenziare a un convegno, spesso si deve trovare un albergo e anche un posto dove mangiare... anche se noi radicali con gli scioperi della fame risparmiamo molto in tempo e denaro: tre cappuccini al giorno e non ci pensi più!".

Collaboratori: molti sono in nero. Vero? Falso?
"Verissimo. Su 630 deputati, quelli che hanno stipulato un regolare contratto sono circa 230... Gli altri si intascano i soldi oppure, appunto, pagano in nero".

La Camera non potrebbe pagarli direttamente?
"È la proposta radicale mutuata dal Parlamento europeo. A Bruxelles i collaboratori vengono direttamente remunerati dall’organo istituzionale".

Sulle altre voci tutto bene?
"No. Noi radicali chiediamo che vengano tutte rendicontate, per usare una brutta espressione. Vai in una città? Mi dici il motivo. Telefoni? Me lo devi giustificare. Magari poi si scopre che per fare bene il tuo lavoro spendi più di quanto è previsto".

Perché un eletto a Roma dovrebbe avere la diaria?
"Infatti. Si potrebbe eliminare o ridurla drasticamente per i romani; per gli altri chiederei le ricevute degli affitti pagati".

Costi della politica: che fare subito?
"Abolire il finanziamento pubblico ai partiti come volle il popolo italiano nel referendum radicale del 1993. Popolo italiano preso in giro: si pensi che da quell’anno le uscite sono aumentate di cinque volte. E poi voglio rivendicare un nostro successo quando abbiamo denunciato la follia degli affitti che la Camera paga e continua a pagare. Autocastrazione pura: Montecitorio non ha previsto clausole di recesso dei contratti. Per ogni deputato si spendono 9mila euro al mese. Per 630...".


Altre voci?
"Prenda le trattenute per l’assegno vitalizio, per l’assistenza sanitaria, e per il Tfr: queste sono tutte amministrate in un ‘fondo di solidarietà’ gestito direttamente dagli onorevoli questori. Ebbene, questo fondo ha accumulato nel corso degli anni un bel tesoretto: circa 140 milioni. Utilizziamoli".

Per che cosa?
"Servizi ai parlamentari. Lì bisogna investire. Più banche dati, più ricerca, più conoscenza".

E l’anagrafe pubblica degli eletti?
"Noi la volevamo obbligatoria ma, grazie a una nostra proposta, oggi chi firma la liberatoria può dettagliare il proprio reddito e i propri interessi economico-finanziari su www.camera.it. Finora l’hanno fatto 216 parlamentari su 945, ma sono convinta che entro la fine della legislatura questa piccolo successo di trasparenza lo porteremo a casa".