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Dallo scudo agli enti inutili tutti i «buchi» della manovra Pensioni, i privilegi nei palazzi del potere I vantaggi dei dipendenti di Camera, Senato e Quirinale rimasti quasi immutati

Dallo scudo agli enti inutili tutti i «buchi» della manovra Pensioni, i privilegi nei palazzi del potere I vantaggi dei dipendenti di Camera, Senato e Quirinale rimasti quasi immutati

Dallo scudo agli enti inutili tutti i «buchi» della manovra Pensioni, i privilegi nei palazzi del potere I vantaggi dei dipendenti di Camera, Senato e Quirinale rimasti quasi immutati

 

 

A MONTECITORIO LO STIPENDIO MEDIO ANNUO È DI 131 MILA EURO

Pensioni, i privilegi nei palazzi del potere

I vantaggi dei dipendenti di Camera, Senato e Quirinale 
rimasti quasi immutati

 
Non ci provino, a distinguere ancora figli e figliastri. Non ci provino, a toccare le pensioni degli italiani senza toccare prima (prima!) quelle dei dipendenti dei palazzi della politica o della Regione Sicilia. Un cittadino non può accettare di andare in pensione un paio di decenni dopo chi ancora può lasciare con 20 anni d'anzianità. Non solo non sarebbe equo ma, di questi tempi, sarebbe un insulto.

 

Che esistono qua e là staterelli dai privilegi inaccettabili non lo dicono i soliti bastian contrari. Lo dice, per la Sicilia, lo stesso procuratore generale della Corte dei Conti isolana, Giovanni Coppola, nell'ultima relazione: «L'opinione pubblica non comprende perché in Sicilia i dipendenti regionali possano andare in pensione con soli 25 anni di contribuzioni, o addirittura con 20 anni se donne, solo per il fatto di avere un parente gravemente disabile, mentre lo stesso non avviene nel resto d'Italia».

Errore: anche meno. Come nel caso dell'ispettore capo dei forestali Totò Barbitta di Galati Mamertino, che riscattando dei contributi precedenti, il 1 gennaio 2009 (ma da allora la legge non è cambiata) se n'è andato quarantacinquenne, dopo 16 anni, 10 mesi e 30 giorni. La previdenza, visto «il lavoro usurante», regala ai forestali siciliani un anno ogni cinque di servizio. Diceva di dover accudire un parente affetto da grave handicap: avuto il vitalizio, è partito per la Germania. Stracciato comunque, per età, dal record di Giovannella Scifo, una dipendente dell'ufficio collocamento di Modica (Ragusa) in quiescenza a 40 anni. «Non le pare esagerato?», le ha chiesto Antonio Rossitto di « Panorama». E lei, serafica: «Non le posso rispondere. C'è la privacy».

Fatto sta che, spiega la Corte dei conti, su 751 «regionali» andati nel 2010 in pensione 297 hanno lasciato in anticipo «rispetto all'ordinaria anzianità anagrafica e/o contributiva e, tra questi, ben 286 con le agevolazioni della legge 104/1992 che tanto ha fatto discutere per l'incomprensibile disallineamento rispetto alla normativa nazionale».

Fatto sta che, spiegava giorni fa sul Giornale di Sicilia Giacinto Pipitone, se è vero che nel 2004 la riforma Dini passò, con nove anni di ritardo, anche per i dipendenti pubblici siciliani, l'adeguamento non è mai stato varato per chi ha avuto la «fortuna» di essere assunto dalla Regione. Basti dire che «chi a livello statale ha ancora oggi quote di pensione da incassare col retributivo, fa il calcolo sulla media delle buste paga degli ultimi anni di servizio. I regionali calcolano invece la loro quota di retributivo sulla base dell'ultima busta paga incassata al momento di lasciare gli uffici: sfruttano quindi fino all'ultimo gli aumenti e i vari scatti di carriera». Conclusione? Risposta dei giudici contabili: «Nel 2010 i contributi versati sono diminuiti del 17% riuscendo a coprire appena il 32,2% della spesa».
Non basta: «lo stesso sistema più vantaggioso si applica anche sul calcolo della buonuscita. Per la maggior parte dei regionali viene calcolata moltiplicando il valore dell'ultimo stipendio». Risultato? Scrive Antonio Fraschilla: i direttori generali «vanno in pensione incassando un assegno medio di 420.133 euro, come certificato dalla Corte dei Conti, anche se hanno ricoperto l'incarico solo negli ultimi mesi della loro carriera».

Lo ricordino, Mario Monti ed Elsa Fornero: se non obbligano la Sicilia a eliminare immediatamente questi bubboni ogni loro sforzo per spiegare che la crisi planetaria è così grave da obbligare a pesantissimi sacrifici sarà inutile. Peggio: grottesco. Vale per i privilegi dei dipendenti regionali siculi, vale per quelli degli organi istituzionali.

Certo, al Senato non godono più dello stupefacente dono che fino a qualche anno fa veniva fatto da ogni presidente che, andandosene, regalava loro, a spese dei cittadini, due anni di anzianità. Ma ci sono ancora, a Palazzo Madama, persone che, assunte prima del 1998, possono andare in pensione prima di tutti gli altri italiani, a cinquant'anni o poco più, godendo anche di quella regalia. È giusto? È un diritto acquisito e quindi intoccabile anche quello?

È accettabile che, 16 anni dopo la riforma Dini, nonostante i ritocchi, non ci sia ancora un dipendente del Senato (quelli arrivati dopo il 2007 possono andarsene con qualche penalità ancora a 57 anni) che accantoni la pensione col sistema contributivo? Così risulta: dato che dal 2007 non è entrato alcuno, i primi soggetti al «contributivo» (peraltro maggiorato con un «aiutino» intorno al 18%) dovrebbero essere sette funzionari in arrivo nel 2012. Come possono capire, gli italiani, che quei fortunati godano di 15 mensilità calcolate sul 90% dell'ultima retribuzione e trasmesse intatte al 90% alla vedova se ha figli minori di 21 anni? Ma non basta ancora: nonostante le polemiche seguite alle denunce del passato come quella dell'«Espresso» che quattro anni fa rivelò che al Senato uno stenografo arrivava a 254 mila euro l'anno e un barbiere a 133 mila, le retribuzioni sono cresciute ancora dal 2006, in questi anni neri, del 19,1%. Arrivando a un lordo medio pro capite di 137.525 euro. Centodiecimila più di un dipendente medio italiano, il quadruplo di un addetto della Camera inglese (38.952) e addirittura 19 mila più della busta paga dei 21 collaboratori principali di Obama, che dalla consigliera diplomatica Valerie Jarrett al capo dello staff William Daley, prendono al massimo (trasparenza totale: gli stipendi dei dipendenti, nome per nome, sono sul sito della Casa Bianca) 118.500 euro. Lordi.

Sia chiaro: Palazzo Madama può contare su collaboratori, dai vertici fino agli operai, di eccellenza. Sui quali sarebbe ingiusto maramaldeggiare demagogicamente. Loro stessi, però, discutendo del loro futuro con l'apposita commissione presieduta da Rosi Mauro (sindacati di là, una sindacalista di qua) non possono non rendersene conto: di questi tempi, la loro trincea con tre liquidazioni (una interna, una dell'Inpdap, una del «Conto assicurativo individuale») e le due pensioni (una del Senato e ora ancora dell'Inpdap) è indifendibile. Tanto più che anche nel loro caso, il peso delle pensioni sui bilanci è cresciuto in modo spropositato.

Vale per Palazzo Madama, vale per il Quirinale dove troppo tardi la presidenza ha introdotto «misure dissuasive» con la previsione di «significative riduzioni» dei trattamenti pensionistici come un limite per l'anzianità «a regime» (campa cavallo...) di 60 anni con 35 di contributi (da leccarsi i baffi...), vale per Montecitorio, dove lo stipendio lordo è poco più basso che al Senato: 131.586 euro. Con tutto ciò che ne consegue sulle pensioni. Non sarà facile rompere certe incrostazioni. Verissimo. Ma è troppo facile far la faccia dura solo con i piccoli...

Gian Antonio Stella


 

Dallo scudo agli enti inutili 
tutti i «buchi» della manovra

 

La norma sulla sanatoria e la ripresa della fuga dei capitali

 

 

Che il decreto «salva Italia» sia un esempio di semplicità e chiarezza, come prescrive una legge calderoliana di due anni fa, peraltro mai applicata, non si può proprio dire. Agli scettici suggeriamo di leggere gli articoli del «capo» intitolato «Misure per l'emersione della base imponibile e la trasparenza fiscale»: dove l'unico messaggio immediatamente comprensibile e inequivocabile, senza andare a consultare articoli di legge, regolamenti e decreti legislativi, è che la Guardia di finanza farà gli accertamenti presso le imprese, «per quanto possibile, in borghese».

 

E siamo certi che molte sorprese ancora devono saltare fuori. Intanto però il decreto che avrebbe fermato l'Italia sull'orlo del baratro mostra già qualche crepa, che bisognerà riparare quanto prima per evitare il rischio di mettere in pericolo pezzi importanti della manovra. È il caso della sovrattassa dell'1,5% sui capitali rientrati, o meglio regolarizzati, con lo scudo fiscale. Addizionale che viene considerata da molti osservatori, a ragione, assolutamente insufficiente. Chi ha esportato illegalmente capitali all'estero se la caverà pagando il 6,5% in tutto, vale a dire un settimo di quanto avrebbe dovuto versare se avesse dichiarato quelle somme al fisco. Ma soprattutto, negli ambienti bancari circola un discreto scetticismo sulla reale applicabilità della soprattassa, per com'è formulata. Bisogna infatti ricordare che l'ultimo scudo fiscale del governo Berlusconi prevedeva l'anonimato assoluto. Ragion per cui il Tesoro non conosce i nomi dei beneficiari e ciò, oltre a essere un'anomalia tutta italiana, rappresenta anche un bel problema che andrebbe superato. Non è poi detto che i capitali rientrati o regolarizzati con quella meravigliosa agevolazione concessa agli evasori siano ancora nelle stesse banche dove sono tornati o che li hanno messi in regola. In moltissimi casi potrebbero essere anche tornati all'estero, soprattutto in Svizzera: se è vero, come si sussurra negli ambienti bancari ben informati, che nelle banche elvetiche le cassette di sicurezza da mesi registrano il tutto esaurito. E che la crisi finanziaria ha indotto molti cittadini non certo patriottici quanto facoltosi, a esportare in Svizzera volumi di denaro inimmaginabili: c'è chi parla addirittura di cifre record, circolano stime vertiginose, che arrivano a 800 miliardi di euro nell'ultimo anno e mezzo. Quell'1,5%, ammesso che si riesca a riscuotere, non gli fa nemmeno il solletico.

C'è poi il delicato passaggio dei costi della politica. Il governo ha già dovuto fare una marcia indietro sulle Province, rimandando a una futura legge l'eliminazione delle giunte e il taglio dei consiglieri provinciali, mentre il giro di vite sulla previdenza ha risparmiato i privilegiatissimi dipendenti degli organi costituzionali come Camera e Senato.

Altri buchi? La fusione fra Inps, Inpdap ed Enpals non sarà una passeggiata: non a caso il precedente progetto di integrazione, che portava il marchio del centrosinistra, è fallito. Per ora l'unico a guadagnarci davvero, se si eccettuano i dirigenti che non perdono il posto ma vengono semplicemente spostati, è il presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale, che incassa una proroga monstre del suo incarico di 30 mesi. Dal suo punto di vista, è il decreto «salva Mastrapasqua». Già. Nominato dal governo Berlusconi, Antonio Mastrapasqua sarebbe scaduto a luglio prossimo: il suo incarico durerà invece fino al 31 dicembre 2014.

Piuttosto complicato, diciamo la verità, sembra attuare anche la norma che stabilisce la fine del pagamento in contanti per le pensioni oltre 500 euro. Vi immaginate milioni di poveri vecchietti costretti ad aprire un conto in banca? E vi immaginate gli istituti di credito che non fanno loro pagare un euro di commissione? Boh...

Non poche perplessità sollevano poi le norme che dovrebbero far pagare finalmente un po' di quattrini ai proprietari di lussuosi yacht. La tassa colpisce le barche ormeggiate nei porti italiani. E quelle ormeggiate nei porti di Paesi esteri, magari battenti bandiera straniera? E quelle parcheggiate in società di comodo con sede nei paradisi fiscali? Con una legge congegnata così può stare tranquillo anche Silvio Berlusconi, proprietario di uno splendido yacht di 48 metri acquistato da Rupert Murdoch nel 2000 al prezzo di 28 miliardi e mezzo di lire e intestato alla società Morning Glory Yachting limited, con sede alle Bermuda. Gli basterà tenersi alla larga dai porti italiani... E l'ex premier tycoon non è certo l'unico. Considerazioni analoghe si possono fare per la tassa sugli aerei e gli elicotteri privati, che riguarda solo i velivoli iscritti nel registro aeronautico nazionale. Gli altri?

Ma non che non ci si renda conto delle difficoltà enormi a cui si va incontro quando si affrontano certi capitoli. Gli enti inutili, per esempio. Non c'è un governo che non ne abbia abolito qualcuno. Salvo poi fare marcia indietro. Il governo Monti non ha voluto essere da meno, decretando l'evaporazione dell'Enit, ente che avrebbe dovuto promuovere il turismo, e dell'Isa, società del ministero dell'Agricoltura con un consiglio di amministrazione lottizzato nel pieno rispetto dei rapporti di forza della maggioranza che sosteneva Berlusconi. Oltre che di alcuni organismi che rappresentano autentiche assurdità, come l'Agenzia per la regolamentazione sul settore postale, una specie di authority per le Poste creata in un battibaleno dal governo nonostante esistessero già l'Antitrust e l'Agcom, e al cui vertice era stato collocato il capo di gabinetto dell'ex ministro Renato Brunetta, il consigliere di Stato Carlo Deodato. Ma perché, mentre si procedeva a quelle sacrosante abrogazioni, far resuscitare con lo stesso decreto l'Istituto nazionale per il commercio estero, sotto forma di una nuova Agenzia?

Sergio Rizzo

 



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POLITICA COSTOSA E NOI PAGHIAMO!!! LETTERA PUBBLICATA DAL SETTIMANALE LA VITA CATTOLICA DIOCESI DI CREMONA IL 27 OTT. C.A.

 

 

 

 

 

 

POLITICA E ANTIPOLITICA MIA RISPOSTA A MONS. RINI DIRETTORE DEL SETTIMANALE LA VITA CATTOLICA DIOCESI DI CREMONA GIOVEDI 3 NOV.2011

I PRIVILEGI DEI CONSIGLIERI REGIONALI E QUELLI DEI SINDACATI FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA DOMENICA 17 LUGLIO 2011

 

SINDACATO - IMPRENDITORE COSI' COMINCIANO I PROBLEMI FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA LUNEDI 21 MARZO 2001

 

APPELLO: DOBBIAMO REGOLARIZZARE IL CONTRIBUTO DEI PARTITI LETTERA PUBBLICATA DAL SETTIMANALE IL PICCOLO DI CREMONA VENERDI 14 OTT.

A NOI CHIEDONO SACRIFICI AGLI EX PARTITI ARRIVANO MILIONI FONTE QUOTIDIANO LA PROVINCIA DI CREMONA LUNEDI 1 AGOSTO

DENUNCIAMO GLI SPRECHI DELLA POLITICA ITALIANA GRUPPO SU FACEBOOK FONTE IL SETTIMANALE IL PICCOLO DI CREMONA E IL QUOTIDIANO LA CRONACA DI CREMONA VENREDI 29 LUGLIO

LA BATTAGLIA SU FACEBOOK HA UN GRANDE VALORE MIA REPLICA A SERGIO LINI PUBBLICATA DAL SETTIMANALE IL PICCOLO VENERDI 21 OTTOBRE 2011