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BUONA PASQUA PASQUA AMICI ONLINE

BUONA PASQUA PASQUA AMICI ONLINE

 

07/04/2012

BUONA PASQUA AMICI ONLINE

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 Cristo è la Risurrezione e la vita

 
 
 
 
Pasqua di risurrezione
Anno B

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro (...).

Maria di Magdala esce di casa quando è ancora notte, buio nel cielo e buio nel cuore. Non ha niente tra le mani, non porta aromi come le altre donne, ha soltanto il suo amore che si ribella all'assenza di Gesù: «amare è dire: tu non morirai!» (Gabriel Marcel). 

E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente, nel fresco dell'alba. E fuori è primavera. Il sepolcro è aperto come il guscio di un seme. 
Il segno è un corpo assente dalla tomba. Manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita. Manca un ucciso alla contabilità della violenza, e questo vuol dire che il carnefice non avrà ragione della sua vittima in eterno.
Il Signore Gesù non è semplicemente il Risorto, l'attore di un evento che si è consumato una volta per tutte nel giardino fuori Gerusalemme, in quell'alba del primo giorno dopo il sabato. Un evento concluso? No. Se noi tutti insieme formiamo il corpo di Cristo, allora contemporanea a me è la croce, e contemporanea a me è anche la Risurrezione. Chi vive in lui, chi è in lui compreso, è preso da lui nel suo risorgere.
Cristo è il Risorgente, adesso. Sorge in questo momento dal fondo del mio essere, dal fondo di ogni uomo, dal fondo della storia, continua a risorgere, a immettere con la mano viva del creatore germi di speranza e di fiducia, di coraggio e libertà. Cristo Gesù risorge oggi, energia che ascende, vita che germina, masso che rotola via dall'imboccatura del cuore. E mi indica la strada della pasqua, che vuol dire passaggio ininterrotto dall'odio all'amore, dalla paura alla libertà, dall'effimero all'eterno. Pasqua è la festa dei macigni rotolanti via, adesso, dalla bocca dell'anima. E ne usciamo pronti alla primavera di vita nuova, trascinati in alto dal Cristo Risorgente in eterno.
Cristo non è semplicemente il Risorto, non è solo il Risorgente, egli è la Risurrezione stessa. L'ha detto a Marta:io sono la Risurrezione e la vita (Gv 11,25). In quest'ordine preciso: prima la risurrezione e poi la vita. Ci saremmo aspettati il contrario. Invece no: prima viene la risurrezione, da tutte le nostre tombe, dal nostro respiro insufficiente, dalla vita chiusa e bloccata, dal cuore spento, dal gelo delle relazioni. Prima la risurrezione di noi,«né caldi né freddi, né buoni né cattivi; di noi, i morti vivi» (Ch. Peguy) e poi la vita piena nel sole, e poi la vita meriterà finalmente il nome di vita.
La sua Risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell'ultima anima, e le sue forze non arrivino all'ultimo ramo della creazione. E il mondo intero sarà carne risorta per la tua carne, crocefisso Amore (B. Forte).
(Letture: Atti 10, 34a. 37-43; Salmo 117; Colossési 3, 1-4; Giovanni 20, 1-9)
TRIDUO PASQUALE
 
Il Papa: «Famiglie non siete
sole, Gesù vi sostiene»
 
 
E’ un tempo difficile. Dove «la situazione di molte famiglie è aggravata dalla precarietà del lavoro e dalle altre conseguenze negative provocate dalla crisi economica». Ma, tanto più per questo, un tempo in cui «il cammino della Via Crucis, che abbiamo spiritualmente ripercorso questa sera, è un invito per tutti noi, e specialmente per le famiglie, a contemplare Cristo crocifisso per avere la forza di andare oltre le difficoltà». 

Nella suggestione della notte romana del Colosseo, tornato come ogni Venerdì Santo a illuminarsi delle fiaccole e delle torce dei fedeli, Benedetto XVI ha guidato ieri sera la Via Crucis, che quest’anno ha voluto dedicare alla famiglia. «Segnata» dalla stessa «esperienza della sofferenza» che «segna l’umanità», ha detto, ricordando «quante volte il cammino si fa faticoso e difficile», con «incomprensioni, divisioni, preoccupazione per il futuro dei figli, malattie, disagi di vario genere». In questa realtà, dunque, «la Croce di Gesù è il segno supremo dell’amore di Dio per ogni uomo, è la risposta sovrabbondante al bisogno che ha ogni persona di essere amata. Quando siamo nella prova, quando le nostre famiglie si trovano ad affrontare il dolore, la tribolazione, guardiamo alla Croce di Cristo: lì troviamo il coraggio per continuare a camminare; lì possiamo ripetere, con ferma speranza, le parole di san Paolo: "Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? … Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati"». 

È per questo che «nelle afflizioni e nelle difficoltà – ha aggiunto il Papa – non siamo soli; la famiglia non è sola: Gesù è presente con il suo amore, la sostiene con la sua grazia e le dona l’energia per andare avanti. Ed è a questo amore di Cristo che dobbiamo rivolgerci quando gli sbandamenti umani e le difficoltà rischiano di ferire l’unità della nostra vita e della famiglia. Il mistero della Passione, morte e Risurrezione di Cristo incoraggia a camminare con speranza: la stagione del dolore e della prova, se vissuta con Cristo, con fede in Lui, racchiude già la luce della risurrezione, la vita nuova del mondo risorto, la pasqua di ogni uomo che crede alla sua Parola». 

Davanti alle migliaia di fedeli e pellegrini, e alle telecamere che hanno trasmesso l’evento in mondovisione, papa Ratzinger ha presieduto il rito da un palco eretto su una terrazza naturale che domina l’intero percorso, un’antica strada di epoca romana che, partendo dal Colosseo, giunge fino al Palatino. Come noto, i testi delle meditazioni e delle preghiere proposte quest’anno per le diverse "stazioni" sono stati preparati dai coniugi Danilo e Anna Maria Zanzucchi, del Movimento dei Focolari in cui sono stati iniziatori di "Famiglie Nuove", mentre a portare la Croce, accompagnata da due giovani della diocesi di Roma che reggevano le torce laterali, oltre che il cardinale vicario Agostino Vallini sono stati due frati francescani della Custodia di Terra Santa e alcune famiglie provenienti dall’Italia, dall’Irlanda, dall’Africa e dall’America Latina. 

«Nelle afflizioni e nelle difficoltà non siamo soli – è stata la preghiera conclusiva di Benedetto XVI – la famiglia non è sola: Gesù è presente con il suo amore, la sostiene con la sua grazia e le dona l’energia per andare avanti. Ed è a questo amore di Cristo che dobbiamo rivolgerci quando gli sbandamenti umani e le difficoltà rischiano di ferire l’unità della nostra vita e della famiglia. Il mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo incoraggia a camminare con speranza: la stagione del dolore e della prova, se vissuta con Cristo, con fede in Lui, racchiude già la luce della risurrezione, la vita nuova del mondo risorto, la pasqua di ogni uomo che crede alla sua Parola. In quell’Uomo crocifisso, che è il Figlio di Dio, anche la stessa morte acquista nuovo significato e orientamento, è riscattata e vinta, è il passaggio verso la nuova vita: "se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto"».

 

Salvatore Mazza
© riproduzione riservata



Il messaggio pasquale del Vescovo:
"Uno più grande"

Carissimi, dovremmo andare disperatamente alla ricerca di segni di vita, ma siamo bloc­cati, quasi afferrati da lugubri echi di morte. La crisi economica esaspera gli egoismi di parte e aumenta la conflittualità sociale, la violenza si insinua sempre più nelle nostre strade e, a molti, appare l’unica modalità per affermarsi, l’individualismo continua a mi­nare quel senso di comunità e di solidarietà che ha contraddistinto i momenti più difficili della nostra storia. I valori fondamentali, quelli che danno pienezza e dignità alla vita dell’uomo, sono ormai messi in discussione, sostituiti da un’etica utilitaristica che di per sé è disumana. Sembriamo destinati a una lenta agonia.
Non c’è dubbio che la causa di tutto questo malessere, di questa morte che ci sovrasta, proviene da una persistente emarginazione di Dio: abbiamo pensato di poter far a meno di lui, di bastare a noi stessi, con una fiducia incrollabile nelle nostre forze.  
Un umanesimo senza Cristo è destinato irrimediabilmente a fallire. Scriveva profetica­mente Paolo VI nel 1969: «Basterebbe una facile riflessione sull’esperienza storica di ieri e di oggi per convincersi che le virtù umane, sviluppate senza il carisma cristiano, pos­sono degenerare nei vizi che le contraddicono. L’uomo, che si fa gigante, senza un’animazione spirituale cristiana, cade su se stesso per il proprio peso. Manca della forza morale, che lo fa davvero uomo; manca della capacità di giudicare la gerarchia dei valori; manca delle ragioni trascendenti che diano stabilmente motivo e sostegno alle sue virtù: manca, per tutto dire, della vera coscienza di sé, della vita, dei suoi perché, dei suoi destini: l’uomo, da sé, non sa chi egli sia».
Se nel Natale Cristo ci mostra la via per una piena e vera umanità, nella Pasqua egli ce la restituisce redenta dal peccato e dalla morte, riscattata dal fallimento e dalla sconfitta. Attraverso la sua risurrezione egli libera ciascuno di noi da una pretesa autosufficienza che, seppur sempre cercata e anelata, rivela, a lungo andare, tutta la sua soffocante e in­sensata pretesa di onnipotenza.  
A chi ha il dono della fede auguro di poter sperimentare quella liberazione che solo Cri­sto può dare con la sua vittoria sulla morte; a chi non crede auguro, invece, di trovare dei cristiani che mostrino, attraverso la loro umanità riconciliata, la bellezza di affidarsi a  Qualcuno di più grande, a quel Gesù che si è caricato tutti i segni di morte sulle spalle per annientarli in un grande e folle gesto di amore. Gli effetti della redenzione, pur compien­dosi pienamente al di là della storia, possono già oggi essere percepiti: vite spese per il bene, la verità e la giustizia, consacrate alla carità e alla misericordia dicono che Cristo è vivo e che opera, silenziosamente, ma efficacemente.
Alle persone fragili e sole, ai malati, ai carcerati, a chi è soffocato dalla crisi economica, ai disperati, agli immigrati, alle vittime dell’ingiustizia, alle donne e agli uomini di buona volontà auguro, di vero cuore, una Pasqua di gioia. Possiamo tutti sperimentare la libera­zione dall’unico grande male, il peccato. Possiamo tutti riconoscere che soltanto affidan­doci all’amore misericordioso di Qualcuno che è più grande di noi, potremo cancellare i segni di morte, disegnati da noi stessi sul nostro volto, per colorarci, invece, di luce, quella vera. Quella del mattino radioso di Pasqua!  Auguri!                                            
+ Dante Lafranconi, vescovo 
«Il peccato dei suoi
membri, l'unica vera
insidia per la Chiesa»
 
 
"L'unica insidia di cui la Chiesa può e deve aver timore è il peccato dei suoi membri". Lo ha affermato Benedetto XVI nel discorso pronunciato in piazza di Spagna in occasione della Festa dell'Immacolata Concezione. La Vergine con il suo sì ha reso possibile la Redenzione e ora "il dragone, sconfitto una volta per sempre nel Cielo, rivolge i suoi attacchi contro la Chiesa nel deserto del mondo. Ma in ogni epoca - ha sottolineato - la Chiesa viene sostenuta dalla luce e dalla forza di Dio, che la nutre nel deserto con il pane della sua Parola e della santa Eucaristia. E così in ogni tribolazione, attraverso tutte le prove che incontra nel corso dei tempi e nelle diverse parti del mondo, la Chiesa soffre persecuzione, ma risulta vincitrice. E proprio in questo modo la Comunità cristiana è la presenza, la garanzia dell'amore di Dio contro tutte le ideologie dell'odio e dell'egoismo". 

Resta però il problema delle infedeltà degli uomini di Chiesa. "Mentre infatti Maria è Immacolata, libera da ogni macchia di peccato, la Chiesa è santa, ma al tempo stesso - ha osservato il Pontefice - è segnata dai nostri peccati".

L'ANGELUS
"Fin dal II secolo in Oriente e in Occidente, la Chiesa invoca e celebra la Vergine che col suo sì ha avvicinato il Cielo alla terra, diventando generatrice di Dio e nutrice della nostra vita". Lo ha ricordato il Papa nel breve discorso che ha preceduto l'Angelus di oggi, dedicato alla festa dell'Immacolata e concluso dall'invito a rivolgere "la nostra fervida preghiera a Colei che intercede presso Dio, perché ci aiuti a celebrare con fede il Natale del Signore ormai vicino".

In attesa di compiere questo pomeriggio, com'è consuetudine, l'omaggio a Maria Immacolata in Piazza di Spagna, il Papa ha proposto una riflessione sulla figura di Maria che risplende nella Chiesa, in quanto essa continua la sua funzione materna verso gli uomini di oggi. "Maria è benedetta fra le donne - ha spiegato infatti citando il venerabile Beda - perché con il decoro della verginità ha goduto della grazia di essere genitrice di un figlio che è Dio". E, ha scandito Benedetto XVI, "anche a noi è donata la pienezza della grazia che dobbiamo far risplendere nella nostra vita, perché il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, come scrive san Paolo, ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale e ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati predestinandoci a essere per lui figli adottivi". "Questa figliolanza - ha poi concluso - la riceviamo per mezzo della Chiesa, nel giorno del Battesimo" e anche "la Chiesa è, dunque, la vergine madre di tutti i cristiani".
 



Disobbedire non è la via
per rinnovare la Chiesa»
 
 
​Giovedì Santo giorno dell’Eucaristia e del sacerdozio. Un giorno speciale che contiene gli elementi essenziali della sequela di Cristo. Sia per i presbiteri, sia per tutti i cristiani. Elementi che il Papa ha messo ieri in evidenza nella Messa crismale celebrata al mattino in San Pietro e nella Messa in Coena Domini presieduta nel pomeriggio in San Giovanni in Laterano.

Al mattino Benedetto XVI si è rivolto in particolar modo ai preti, ricordando che non nella disobbedienza, ma semmai nella «conformazione a Cristo» c’è il segreto e «il presupposto» di ogni vero rinnovamento. Anche e soprattutto del rinnovamento della Chiesa. Il Pontefice ha usato a tal proposito parole molto incisive, ricordando come un «gruppo di sacerdoti in un Paese europeo» abbia reso pubblico «un appello alla disobbedienza». La «spinta disperata a fare qualcosa, a trasformare la Chiesa secondo i nostri desideri e le nostre idee» non è la via giusta. Il «vero rinnovamento» chiede «la gioia della fede, la radicalità dell’obbedienza, la dinamica della speranza e la forza dell’amore».

Gesù, del resto svela questa dinamica proprio nel Giovedì Santo quando, di fronte alla prospettiva della sua dolorosa passione, dice al Padre «non la mia, ma la tua volontà: questa – annota Benedetto XVI – è la parola che rivela il Figlio, la sua umiltà e insieme la sua divinità, e ci indica la strada».

Un strada tra l’altro costellata di "pietre miliari" che segnano in qualche modo la vicinanza a Cristo. Papa Ratzinger ha citato a questo proposito una schiera di sacerdoti santi «a cominciare da Policarpo di Smirne ed Ignazio d’Antiochia attraverso i grandi Pastori quali Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno, fino a Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo, Giovanni Maria Vianney, fino ai preti martiri del Novecento e, infine, a papa Giovanni Paolo II che, nell’azione e nella sofferenza ci è stato di esempio nella conformazione a Cristo, come "dono e mistero"». I santi, ha aggiunto, «ci indicano come funziona il rinnovamento e come possiamo metterci al suo servizio».

Infine, nell’omelia della Messa crismale, il Papa ha voluto richiamare la necessità di diffondere i contenuti della fede e l’urgenza, per gli stessi sacerdoti, di non essere degli impiegati che una volta esaurito l’orario di lavoro, tornano a casa. Per quanto riguarda il primo profilo ha lanciato un piccolo "allarme": «Gli elementi fondamentali della fede, che in passato ogni bambino conosceva, sono sempre meno noti». Ma per poter vivere ed amare la nostra fede – ha spiegato –, per poter amare Dio per poter vivere ed amare la nostra fede, per poter amare Dio e quindi diventare capaci di ascoltarLo in modo giusto, dobbiamo sapere che cosa Dio ci ha detto; la nostra ragione ed il nostro cuore devono essere toccati dalla sua parola». L’Anno della fede, il ricordo dell’apertura del Concilio Vaticano II 50 anni fa, «deve essere per noi un’occasione di annunciare il messaggio della fede con nuovo zelo e con nuova gioia».

Benedetto XVI ha invitato a toccare i cuori delle persone. E ad avere «zelo per le anime». «Come sacerdoti naturalmente ci preoccupiamo dell’uomo intero, proprio anche delle sue necessità fisiche – degli affamati, dei malati, dei senza-tetto. Tuttavia noi non ci preoccupiamo soltanto del corpo, ma proprio anche delle necessità dell’anima dell’uomo: delle persone che soffrono per la violazione del diritto o per un amore distrutto; delle persone che si trovano nel buio circa la verità; che soffrono per l’assenza di verità e di amore». «Le persone – ha aggiunto – non devono mai avere la sensazione che noi compiamo coscienziosamente il nostro orario di lavoro, ma prima e dopo apparteniamo solo a noi stessi. Un sacerdote non appartiene mai a se stesso».

Il conformarsi a Cristo, naturalmente, non vale solo per i sacerdoti, ma nelle forme proprie di ciascun stato di vita anche per tutti gli altri cristiani. Nella Messa in Coena Domini il Pontefice, ritornando sul rapporto tra libertà e obbedienza, ha invitato tutti a entrare nella preghiera di Gesù nel Getsemani. Egli «vede la marea sporca di tutta la menzogna e di tutta l’infamia che gli viene incontro in quel calice che deve bere». La sua volontà umana dunque «indietreggia spaventata davanti ad una cosa così immane. Chiede che ciò gli sia risparmiato. Tuttavia, in quanto Figlio, depone questa volontà umana nella volontà del Padre: non io, ma tu». È il contrario dell’atteggiamento di Adamo. «Pensiamo di essere liberi e veramente noi stessi solo se seguiamo esclusivamente la nostra volontà. Dio appare come il contrario della nostra libertà». Invece «quando l’uomo si mette contro Dio, si mette contro la propria verità e pertanto non diventa libero, ma alienato da se stesso. Siamo liberi solo se siamo nella nostra verità, se siamo uniti a Dio». E in fondo è questa la lezione del Giovedì Santo.

 

Mimmo Muolo

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