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BUONA DOMENICA AMICI ONLINE. Mano nella mano con l'Infinito XXXIV GIORNATA NAZIONALE PER LA VITA La vita non si arrende

BUONA DOMENICA AMICI ONLINE. Mano nella mano con l'Infinito XXXIV GIORNATA NAZIONALE PER LA VITA La vita non si arrende

 LA NEVE 1 FEBBRAIOImage Hosted by ImageShack.us

 

                                    

Mano nella mano con l'Infinito

 
 
 
 
V Domenica Tempo ordinario - Anno B In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. [...] Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni;[...] Al mattino presto [...] si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui [...] lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini perché io predichi anche là; [...] Marco ci presenta il resoconto della giornata-tipo di Gesù, ritmata sulle tre occupazioni preferite di Gesù: immergersi nella folla e guarire, far stare bene le persone; immergersi nella sorgente segreta della forza, la preghiera; da lì risalire intriso di Dio e annunciarlo. Tutto parte dal dolore del mondo. E Gesù tocca, parla, prende le mani. Il miracolo è, nella sua bellezza giovane, l'inizio della buona notizia, l'annuncio che è possibile vivere meglio, trovare vita in pienezza, vivere una vita bella, buona, gioiosa. La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei. Miracolo così povero di contorno e di pretese, così poco vistoso, dove Gesù neppure parla. Contano i gesti. Non cerchiamo di fronte al dolore innocente risposte che non ci sono, ma cerchiamo i gesti di Gesù. Lui ascolta, si avvicina, si accosta, e prende per mano. Mano nella mano, come forza trasmessa a chi è stanco, come padre o madre a dare fiducia al figlio bambino, come un desiderio di affetto. E la rialza. È il verbo della risurrezione. Gesù alza, eleva, fa sorgere la donna, la riconsegna alla sua andatura eretta, alla fierezza del fare, del prendersi cura. La donna si alzò e si mise a servire. Il Signore ti ha preso per mano, anche tu fa lo stesso, prendi per mano qualcuno. Quante cose contiene una mano. Un gesto così può sollevare una vita! Quando era ancora buio, uscì in un luogo segreto e là pregava. Un giorno e una sera per pensare all'uomo, una notte e un'alba per pensare a Dio. Ci sono nella vita sorgenti segrete, da frequentare, perché io vivo delle mie sorgenti. E la prima di esse è Dio. Gesù assediato dal dolore, in un crescendo turbinoso (la sera la porta di Cafarnao scoppia di folla e di dolore e poi di vita ritrovata) sa inventare spazi. Ci insegna a inventare quegli spazi segreti che danno salute all'anima, spazi di preghiera, dove niente sia più importante di Dio, dove dirgli: Sto davanti a te; per un tempo che so breve non voglio mettere niente prima di te; niente per questi pochi minuti viene prima di te. Ed è la nostra dichiarazione d'amore. Infine il terzo momento: Maestro, che fai qui? Tutti ti cercano! E lui: Andiamocene altrove. Si sottrae, non cerca il bagno di folla. Cerca altri villaggi dove essere datore di vita, cerca le frontiere del male per farle arretrare, cerca altri uomini per farli star bene. Andiamo altrove a sollevare altre vite, a stringere altre mani. Perché di questo Lui ha bisogno, di stringere forte la mia mano, non di ricevere onori. Uomo e Dio, l'Infinito e il mio nulla così: mano nella mano. E aggrapparmi forte: è questa l'icona mite e possente della buona novella
 

 

XXXIV GIORNATA NAZIONALE PER LA VITA
La vita non si arrende
Giovani aperti alla vitasembrerebbero: entusiasti, di successo, pronti a mettersi in gioco, a superare i propri limiti. Campioni nello sport e nella vita. Ma è solo un’illusione: perché la vita se la giocano ogni volta che scendono in pista: proprio per questo – per il loro coraggio e la loro vitalità – i campioni dello sport sono ammirati dai ragazzi. Che li prendono a esempio, li seguono con fedeltà, ne condividono le gioie e i dolori. Piangono per loro quando il gioco finisce in tragedia e la vita chiede il conto. «Educare i giovani a cercare la vera giovinezza, a compierne i desideri, i sogni, le esigenze in modo profondo – scrive la Conferenza episcopale nel messaggio per la Giornata della vita, edizione 2012 – è una sfida oggi centrale. Se non si educano i giovani al senso e dunque al rispetto e alla valorizzazione della vita, si finisce per impoverire l’esistenza di tutti». 


È ancora vivissimo, per esempio, il dolore per la scomparsa di Marco Simoncelli, qualche settimana fa a Sepang, durante il Gran premio in Malesia. La sua morte – a soli 24 anni – è stata considerata uno degli effetti collaterali e indesiderati di chi vive facendo quel mestiere, che impone di dover affrontare e saper gestire il rischio della morte. È nelle regole del gioco. «A me invece la morte di Marco è sembrata uno spreco spaventoso che mi obbliga, come professionista e come padre, a invitare gli adulti a pensare che forse è necessario mettere in crisi queste regole»: Alberto Pellai, medico e ricercatore presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano, si occupa di prevenzione in età evolutiva. E si domanda se mettere in mano ai bambini e poi agli adolescenti moto di potenza sempre maggiore sia la cosa migliore che gli adulti possono fare per ragazzi travolti dal loro, in parte normale, in parte invece estremo, sensation-seeking. Già, perché come naturale i nostri ragazzi cercano emozioni forti, hanno una personalità che più facilmente spinge chi la possiede alla ricerca di comportamenti estremi che provocano scariche di adrenalina in eccesso. «Si tratta di soggetti a rischio, ai quali gli adulti devono avvicinarsi con forza e delicatezza allo stesso tempo e insegnare a reindirizzare tale attitudine di personalità verso qualcosa che li aiuti a immergersi in attività cariche di emozioni, ma prive di pericoli. Lo si deve fare per proteggerli – spiega Pellai – ma anche per sostenerli durante l’adolescenza, fase della vita in cui il cervello vive di emozione e spesso dimentica la ragione». Una riflessione fatta ben immaginando il dolore dei genitori di quanti sono rimasti sull’asfalto (dei circuiti come delle strade), macinati da un ingranaggio che punta solo al guadagno. E forse senza essere mai stati messi nella condizione ci chiedersi cosa fosse la cosa migliore.

Sempre tornando alla morte dell’indimenticabile Simoncelli, nelle librerie ha spopolato la sua biografia, Diobò che bello, in cui il pilota racconta una lunga serie di incidenti realizzati non solo in pista, ma anche fuori. A casa, con la bici, con la moto del papà: fin da piccolo il suo spirito indomito lo ha messo nelle condizioni di farsi parecchio male a bordo di veicoli dotati di ruote. «Probabilmente Marco era quello che noi professionisti chiamiamosensation seeker, ovvero un cercatore di emozioni forti – continua Pellai –. E penso che la morte di Marco debba essere raccontata ai nostri figli non solo come un indesiderato effetto collaterale, inevitabile nel mondo del motociclismo, bensì come qualcosa che forse si doveva, o almeno si poteva prevenire. Se Simoncelli è finito molte volte in ospedale per incidenti multipli su tutti i mezzi dotati di ruote e motori, se la motorizzazione civile gli aveva tolto la patente pochi mesi dopo avergliela assegnata perché la sequenza di incidenti in cui si era trovato coinvolto lo aveva reso pericoloso per sé e per gli altri – prosegue Pellai – penso che il mestiere di noi adulti sia quello di aiutare un ragazzo con una tale propensione al rischio a conquistare il rispetto per la propria vita, che è un dono prezioso e che facendo le cose sbagliate rischia di trasformarsi in uno spreco o in un germoglio mai fiorito». Insomma, casi singolari a parte, i nostri ragazzi in cerca di emozioni forti hanno bisogno di adulti che li aiutino a scegliere l’atletica, la chitarra, lo scoutismo, l’impegno politico, i tuffi dal trampolino. E magari non la folle corsa resa possibile dai motori sportivi. 

Il mercato, gli enormi interessi commerciali che ruotano intorno alle competizioni, continuano a fare immaginare ai nostri figli che la loro voglia di emozione ed eccitazione trovi su una moto potente le ali che regalano la dose di autonomia e libertà che vanno cercando. «In queste settimane in nessuna intervista, in nessun commento ho sentito questo genere di riflessioni. Solo assoluzioni. Io – spiega il medico psicoterapeuta – non mi sento di assolvere il mondo dei motori, delle mini-moto, delle gare sportive in cui giovanissimi corrono come pazzi su circuiti molto pericolosi. E penso che tutto ciò succeda perché ci sono interessi e c’è un mercato che anche in questo caso nei nostri figli non vede persone da formare ed educare, ma troppo spesso solo consumatori da spremere. Fino all’ultima goccia. Di soldi». O di vita.
Bice Benvenuti FONTE AVVENIRE