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Bersani e Casini in campo "Subito una legge sui partiti"

Bersani e Casini in campo "Subito una legge sui partiti"

02/02/2012

Bersani e Casini in campo "Subito una legge sui partiti"

 COPERTINA OPUSCOLO UFFICIALE

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CASO LUSI

Bersani e Casini in campo
"Subito una legge sui partiti"

I leader del Pd e dell'Udc d'accordo nel chiedere una risposta rapida dopo la vicenda del tesoriere della ex Margherita, accusato di aver sottratto 13 milioni di euro dalle casse, sospeso ieri dal gruppo del partito democratico. "Si può approvare il testo entro una settimana"

 

ROMA - Mettere subito in calendario "per una rapida approvazione" una legge sui partiti. Per rispondere con nuove regole ai casi di ladrocinio come quello deltesoriere della ex Margherita Lusi 1. E' la richiesta del segretario del Pd Pier Luigi Bersani e del leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini. "E' urgente procedere: diamoci tempi strettissimi" dice Bersani. Casini parla di "una settimana".

I due leader sono d'accordo sulla necessità di introdurre maggiore trasparenza nella gestione dei finanziamenti ai partiti. Ne hanno parlato questa mattina alla Camera, e vogliono un segnale chiaro, al di là del caso specifico. "Anche sulla spinta dei presidenti delle Camere, chiediamo che si metta in rapida discussione e approvazione una legge sui partiti. Ci sono cinque o sei proposte depositate, si può partire da lì. Ma è un'urgenza al primo posto. Diamoci tempi strettissimi".

D'accordo il leader dell'Udc: "Indipendentemente dal caso singolo, non funzionano i meccanismi interni di funzionamento dei partiti. Chiediamo l'attuazione da tempo di una legge in questo senso. Ma è un ordine del giorno che è sempre stato rinviato. Bisogna garantire che i partiti siano case di vetro, tutti gli aspetti funzionali devono essere regolamentati per legge". E si può fare davvero in fretta: "Il testo entro una settimana si può approvare in sede legislativa in commissione", ha sottolineato il leader dell'Udc.

Il senatore Luigi Lusi, indagato per espropriazione indebita ai danni dell'ex partito, è accusato di aver distratto 13 milioni di euro dai conti correnti della Margherita, partito di cui era tesoriere. Ieri è stato escluso dal gruppo del Pd 2a Palazzo Madama con una decisione presa all'unanimità dall'ufficio di presidenza del gruppo.

 

"Voci opache a bilancio" Ecco perché il partito non poteva non sapere

Già nel 2003 Parisi chiedeva spiegazioni sulla contabilità interna, ma l’ex segretario Rutelli sembra venire da un altro pianeta. Dubbi sui finanziamenti a Franceschini

diGian Marco Chiocci-
 

 

Il senatore Francesco Rutelli, già leader della Margherita, giustamente si indigna per l’operato truffaldino del suo ex fedelissimo Luigi Lusi. Anzi s’incazza proprio, per usare una sua elegante espressione.

 

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E si costituisce parte offesa. Ma non spiega alcune cose: perché nonostante le reiterate lamentele «contabili» di ex colleghi non si è mai interrogato sui comportamenti quantomeno ambigui del suo fidato tesoriere?

Perché non è intervenuto e non si è dissociato, pubblicamente, per i ripetuti «no» di Lusi alle richieste degli ex Margherita di presa visione e copia dei bilanci? Perché in quell’infuocata assemblea federale del 20 giugno 2011 dedicata ai destini del tesoretto da 20 milioni di euro, lui che era tra i pochi presenti, non ha sentito il bisogno di ragionare su quel che denunciava Arturo Parisi (e Pierluigi Castagnetti) circa l’incredibile ostinazione di Lusi a tenere i conti nascosti? Perché poi non si è domandato se tante volte avesse un minimo di fondamento l’istanza al tribunale civile di Roma presentata a luglio 2011 (un mese dopo la nota assemblea) dagli ex amici Carra, Lusetti, Nuccio e Piscitello dove si parlava di trucchetti per farli fuori dai controlli?

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Che la storia puzzi ne è convintissimo proprio Lusetti: «È da tre anni che non ci è consentito di vedere i bilanci e, conseguentemente, di approvarli. È una storia strana – dice al Tempo - vabbè che Lusi gestiva con abbondante autonomia i bilanci, ma c’è un revisore dei conti, un comitato di tesoreria politico, composto da tante persone. Troppi soldi, la cosa non si spiega. Lusi è riuscito a bypassare troppi controlli (...) e nessuno si è mai accorto di nulla? Mi pare strano». Se esiste una responsabilità del tesoriere, che responsabilità ha chi doveva vigilare sui rendiconti e approvare i bilanci?

I responsabili del comitato di tesoreria, Giuseppe Vaccaro (vicino a Letta), Giampiero Bocci (area Fioroni) e Ivano Strizzolo (fedele a Marini) rimandano al collegio dei revisori dei conti. «Il nostro è solo un organo politico – osserva Strizzolo - sono i consulenti esterni, esperti in materia, ad aver avallato la regolarità dei bilanci. I nomi? Ora non me li ricordo». Glielo ricordiamo noi: Giovanni Castellani, Mauro Cicchelli e Gaetano Troina.

Politicamente nessuno si è mai confrontato con Parisi che già nel 2003 chiedeva spiegazioni. «All’assemblea di giugno 2011 chiesi un approfondimento del bilancio perché c’erano voci opache e ampie. Non votai il bilancio preventivo e l’assemblea fu sospesa finché non si decise la formazione di un organismo che approfondisse successivamente». Organismo che non si è mai più riunito. Il bilancio cartaceo venne messo a disposizione dei presenti dopo incredibili insistenze ma l’atto fu fatto solo visionare in loco. Nessuna fotocopia fu distribuita.
Ma c’è di più. Nel processo civile in corso a Roma, Lusetti, Carra & co si lamentano del fatto che l’associazione-partito studiò un escamotage per farli fuori dai controlli evitando di recapitare loro un formale invito per la partecipazione all’assemblea, che stando alle cronache di quei giorni registrò una presenza a dir poco minima degli aventi diritto: una ventina di fortunati a fronte dei 398 previsti per statuto.

Perché? Una spia la accende, a poche ore dall’assemblea di giugno, il responsabile Esteri dell’allora Margherita, Luciano Neri, contrario alla spartizione dei soldi attraverso una distribuzione lottizzata in aree e correnti. «Una situazione a dir poco anomala. A decidere sui soldi rischiano di essere poco più di dieci persone, decide chi ha la maggioranza in assemblea». Sempre Neri, a cose fatte, aggiungerà: «In assemblea chiesi di avere il bilancio ma Lusi si oppose, si inalberò, minacciò le dimissioni perché non ci fidavamo di lui. Alla fine fu possibile leggere una copia del bilancio messa a disposizione di tutti, ma per un tempo limitato, che rendeva impossibile un’analisi seria».Nel ricostruire la strada dei soldi della Margherita gli inquirenti non escludono di verificare quanto trapelato sulla stampa e sulle agenzie relativamente alla presunta dazione di denaro, girata da Lusi a Dario Franceschini, per contrastare l’ex diessino Bersani nelle corsa alle primarie Pd. In quel frangente proprio Franceschini si era lamentato dello strapotere economico del suo concorrente. Di quei soldi si accorge Parisi in assemblea. Legge il rendiconto ma non capisce cosa voglia dire quella voce di bilancio «attività politica, 4 milioni di euro».

Chiede spiegazioni a Lusi, che risponde: «Sono per Franceschini, per le primarie con Bersani, rappresentano il nostro contributo al candidato che veniva dalla Margherita». Parisi, a quel punto, avrebbe perso le staffe. «Ma come? Il tetto di spesa prescritto dal regolamento interno del Pd, era di 250mila euro!».

E proprio a 250mila euro fa riferimento Ettore Rosato, responsabile del comitato per la campagna delle primarie di Franceschini, che ieri ha smentito cifre e circostanze oggetto della confidenza di Lusi a Parisi: «Il costo è stato di 249mila euro, rispettoso del tetto stabilito dal regolamento di disciplina della campagna congressuale. Le entrate sono il frutto dei contributi volontari di singoli parlamentari e cittadini». Dunque. Fino a prova contraria, eccetto Lusi, nessuno sapeva. Rutelli non sapeva. O come dice Storace, come al solitoo l’unico amministratore dei fondi pubblici

 

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GRUPPO FONDATO SU FACEBOOK: RIFORMA DEI PARTITI E DEI SINDACATI. CODICE ETICO

 

 

COPERTINA GRUPPO RIFORMA DEI PARTITI E DEI SINDACATI CODICE ETICO SU FACEBOOK

21/01/2012 | COPERTINA GRUPPO RIFORMA DEI PARTITI E DEI SINDACATI CODICE ETICO SU FACEBOOK

 

LA SEGUENTE COPERTINA E' STATA PRESA DAL LINK SU FACEBOOK DEL DOTT. FERDINANDO IMPOSIMATO AMMINISTRATORE DEL GRUPPO.

 

 

 RIFORMA DEI PARTITI E DEI SINDACATI. CODICE ETICO

GRUPPO SU FACEBOOK

 

 

 

Scriviamo questa lettera aperta per sottoporre alcune proposte innovative e riformatrici che se accolte potranno dare un impulso etico di trasparenza e di onestà all’attuale status politico e sindacale del paese.

Per dare sostanza alle nostre proposte, ho fondato un gruppo online  denominato: Riforma dei Partiti e dei Sindacati  Codice Etico, usando il socialnetwork Facebook dove posso  interagire con tanti amici online , attualmente sono 4980. Il gruppo  non ha scopo di lucro, è aperto a tutti  ed è traversale. Dopo questa dovuta presentazione,  siamo onorati di sottoporre queste nostre proposte che abbiano denominato codice etico e che auspichiamo siano prese come contributo per rinnovare i partititi e i loro statuti.

 

PREMESSO

 

Che i partiti politici  sono associazioni private senza alcuna disciplina legale finanziati (contributo elettorale) con denaro pubblico senza alcun controllo delle spese  che hanno portato da parte dei medesimi partiti (anche recentemente) a  violazioni contro le leggi costituzionali creando con soldi pubblici malaffare, clientelismo e corruzione

 A nome dei 1730 attuali aderenti al gruppo  sottopongo  alcuni punti come nostro personale contributo di cittadini stanchi di vedere sperperati milioni di euro (soldi pubblici nostri soldi) in minima parte utilizzati per le spese elettorali  effettive  e di cui la gran parte sono distratti e utilizzati per compravendite patrimoniali , spese varie fonte di clientelismo, spese per  il personale di federazioni  e di sezioni che nulla hanno a che vedere con il contributo dato per le spese elettorali. Inoltre i partiti per sostenersi  ( i milioni di euro erogati ai medesimi presumiamo a questo punto che non bastano per il loro sostentamento) vendono nelle loro assemblee  merce a pro partito, ricevono poi soldi dai propri tesserati come iscrizione  ecc. 

Per fare un esempio il contributo elettorale erogato nel 2008 è stato di oltre 500 milioni di euro a fronte di una spesa totale di 130 milioni di euro.. Praticamente vengono regalati ai partitti nostri soldi per un totale circa di 380 milioni di euro.. Se questo non è uno scandalo cosa è..!!

Per tutto ciò premesso :

 

CHIEDIAMO

 

1)      L’ attuazione dell’articolo 49 della Costituzione con una legge ordinaria che preveda la responsabilità dei partiti di fronte alla legge e ne sanzioni le violazioni e che garantisca il controllo della correttezza e della trasparenza della vita interna dei partiti;

 

2)      Registrazione degli Statuti dei partiti presso il Parlamento;

 

3)      Certificazione di Bilanci dei partiti secondo le norme del codice civile;

 

4)      Nomina di un revisore dei conti esterno e autonomo dai partititi;

 

5)      Nomina di un Provibiro esterno per garantire la democrazia interna dei Partititi;

 

6)      Obbligatorietà di elezioniprimarietra i cittadini per la selezione delle candidature;

 

7)      Esclusione delle candidature dellepersone rinviate a giudizio o condannate per qualsiasi reato;

 

       8)  Responsabilità penale e civile deisegretari politici e dei

             tesorieri e decadenza dagli incarichi per violazioni degli

              Statuti e delle leggi dello Stato;

 

       9)   Erogare rimborsi elettorali pubbliciai partiti dati per le  

             spese effettivamente sostenute con l’obbligo di produrre

             pezze giustificative: bolle, fatture, scontrini ecc;

 

       10) Per ridurre i costi della politicaproponiamo che il

            finanziamento ai giornali di partito  dato per l’effettiva

             vendita dei giornali riscontrabile dagli abbonamenti e

             vendite effettive;

  Queste sono alcune proposte che  noi riteniamo importanti per rinnovare lo status quo politico. Noi siamo sostenitori di una vera Democrazia, non di facciata ma reale basate non sulle oligarchie di un regime partitocratico ma su un vero stato di diritto.

In questi decenni  i partititi hanno creato una distanza fra loro e i propri elettori abissale, questa distanza riguarda la società civile. I partiti purtroppo rappresentano solo se stessi e i loro interessi di bottega  fautori nel paese di caste , lobby dimenticando il bene collettivo.

Troppi privilegi e la non trasparenza hanno fatto si, che la gente ormai sfiduciata, amareggiata e disillusa  non creda più allo stato di diritto . Il nostro è uno stato fondato da furbi  e i politici agevolano i medesimi furbi ladri e disonesti istituzionali infischiandosene delle leggi che promulgono. Noi non vogliamo che ciò sia il nostro ma soprattutto il futuro dei nostri figli e delle nuove generazioni. Noi abbiamo già pagato un pesantissimo prezzo in nome di ideali ormai morti ed oggi utili solo alla partitocrazia che li usa  solo per perpetuarsi.

E’ per questo che come cittadini usando le opportunità che questa democrazia  ci concede, ancora ,abbiano ritenuto opportuno e socialmente utile inviare queste  nostre  proposte

Cordiali saluti.

 

Gabriele Cervi

(fondatore del gruppo su facebook  riforma dei partiti e dei sindacati codice etico)

 

PS: Non abbiamo affrontato i privilegi dei politici (la famosa casta) in quanto sappiamo che il Parlamento sta lavorando per ridurre gli stipendi dei Parlamentari, per diminuire gli stessi Parlamentari delle due Camere, delle Province e dei Comuni.  Siamo fiduciosi che si arrivi al più presto a queste soluzioni moralmente ed eticamente non più rinviabili. 

 


 
Seguono gli amministratori del gruppo:

Giovanna Melandri Onorevole PD

 Jane Alquati Assessore comunale Pdl

 Carlo RienziDott  Pres. Codacons 

 Agostino Alloni Consigliere  Regione Lombardia  PD 

Luigi Berlinguer Europarlamentare Europeo PD

Marialuisa D'attolico Giornalista Free Lance presso Privato

Ferdinando Imposimato Giudice Lavora presso Suprema Corte di Cassazione

Enrico Galavotti Professore

Cinzia Fontana Senatrice PD

Chiara Capelletti Assessore Provinciale PDL

Maria Vittoria Ceraso Assessore Comunale PDL

Jacopo Fanti Laureato in cooperazione internazionale

 

Francesco Alberoni Professore, Scrittore, Sociologo

Margherita De Bac Giornalista lavora presso corriere della sera 

  OPUSCOLO CONTENENTE NOSTRE PROPOSTE DA ME RILEGATO A MANO E STAMPATO

 

 E' GIUNTA L'ORA DI UNA LEGGE SUI PARTITI POLITICI?

 

 

TOMMASO EDOARDO FROSINI

Università di Sassari


1. Il tema riguardante la disciplina giuridica dei partiti politici è antico ma sempre attuale. Affonda le sue radici nel dibattito all’Assemblea Costituente, perché fu in quella sede che si prospettò l’ipotesi – respinta prima ancora di essere seriamente discussa – di aggiungere, nell’articolo della Costituzione riguardante i partiti politici, un comma in cui venisse esplicitamente affermato l’obbligo di previsione della regolamentazione giuridica dei partiti e della pubblicità delle fonti di finanziamento degli stessi. Se fosse stata approvata, si sarebbe così introdotta una norma ritenuta «consona a tutto lo spirito della Costituzione», come ebbe a dichiarare l’on. Costantino Mortati. Il risultato finale fu invece quello di un articolo, il 49, fin troppo essenziale nella sua formulazione costituzionale, perché si limita a dichiarare che: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». E non è certo casuale la stessa collocazione dell’art.49 nella parte relativa ai diritti dei cittadini piuttosto che in quella relativa all’organizzazione costituzionale dello Stato, in cui i partiti, pur riconosciuti, non sono inclusi. Il loro operare, allora, non dipende da norme scritte ma esclusivamente sul piano della costituzione materiale, ed incide in maniera rilevante sulla dinamica della forma di governo.

Certo, la scelta che volle compiere il Costituente, approvando un articolo dedicato ai partiti assai poco analitico e privo di strumentari giuridici, aveva la sua ragione d’essere nel momento storico in cui venne compiuta: non è questa adesso la sede per rievocare il clima di allora, che era comunque condizionato dalla necessità che i partiti avessero un ampio spazio d’azione nel sistema politico, affinché si consentisse per il loro tramite alla società di farsi Stato, per dirla con un’espressione famosa. La nuova democrazia italiana doveva nascere e consolidarsi attraverso quegli strumenti di raccordo tra i cittadini e le istituzioni, tra il corpo elettorale e le Assemblee rappresentative, che sono i partiti politici; anche al fine di rendere concreta una altrimenti indistinta volontà popolare. Infatti, una democrazia senza partiti è un non senso, è come un liberalismo senza libertà. La funzionalità democratica e la stessa democraticità di un sistema politico sono garantite dall’esistenza di un pluralismo di partiti e dalla loro competizione. Con il riconoscimento costituzionale dei partiti si avviava così in Italia il superamento delle basi individualistiche della rappresentanza, sulle quali poggiava il regime parlamentare ottocentesco, per sostituirvi una nuova democrazia organizzata attraverso i partiti.

Non si volle però determinare un obbligo giuridico, per il tramite del quale si potesse venire a fondare anche una democrazia nei partiti; ovvero, non vi fu una previsione costituzionale né legislativa, con cui imporre una disciplina interna dei partiti fondata su regole democratiche stabilite da statuti. E la stessa nozione costituzionale del “concorso con metodo democratico” di cui all’art.49, piuttosto che riferita anche all’attività interna dei partiti, venne ad essere prevalentemente intesa come attività di pluralismo politico esterno, cioè come competizione fra partiti al gioco elettorale nel rispetto dell’eguaglianza delle opportunità. In tal modo però non si tenne nel giusto conto il fatto che il soggetto della proposizione dell’art.49 è “Tutti i cittadini”, e  pertanto riferire il “metodo democratico” al solo concorso fra partiti porterebbe a ritenere che proprio i cittadini siano estraniati dal concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Il che sarebbe paradossale.

 

2. Gli anni successivi all’entrata in vigore della Costituzione furono caratterizzati da una tendenziale diffidenza – manifestata anche negli studi compiuti dalla dottrina – verso forme di intervento pubblico e di regolazione legislativa dei partiti; nella convinzione che la democraticità del sistema partitico veniva ad essere maggiormente garantita da una norma “a fattispecie aperta” quale era l’art.49, piuttosto che da una disciplina legislativa che potesse risultare “costringente” per la libertà d’azione dei partiti. Ad avvalorare ulteriormente questa ricostruzione, concorse la tesi della concezione strettamente privatistica del partito politico, il quale nel regime delle associazioni non riconosciute e quindi nel diritto privato comune, si diceva che trovasse la più alta garanzia di libertà. Certo, non mancarono voci di dissenso a questa impostazione, come per esempio il progetto di legge del sen. Sturzo, alcune delle quali sfociarono, per allora, in un’aspra e minoritaria polemica di alcuni battaglieri studiosi contro la “partitocrazia” (Maranini) e contro la “autocrazia di partito” (Perticone); in particolare quest’ultima espressione da intendersi proprio come una sorta di denuncia della mancanza di regole democratiche all’interno dei partiti.

Successivamente, negli anni Settanta, vi furono i primi interventi legislativi volti a garantire il finanziamento pubblico a favore dei partiti, senza però che vi fosse l’attribuzione di un riconoscimento giuridico per quei soggetti che si andavano a finanziare. Pertanto, il criterio che stava a fondamento delle scelte legislative sulla contribuzione economica statale era perciò quello di finanziare i partiti senza riconoscerli, anziché riconoscerli per finanziarli. Un ragionare ancora una volta imperniato sul ruolo centrale del partito nell’ordinamento costituzionale e nella società, e che aveva come conseguenza quello di evitare che il partito subisse dei meccanismi di “burocratizzazione”, derivanti dalla sottoposizione a regole giuridiche, che fossero in grado di rallentarne, o addirittura di frenarne, il naturale dinamismo dei partiti nell’ambito del sistema politico e nella tenuta della forma di governo parlamentare.

Nell’ultimo decennio invece si assiste ad una radicale ricomposizione del quadro partitico italiano, a seguito sia delle vicende giudiziarie di “Tangentopoli”, sia della modificazione del sistema elettorale in senso semi-maggioritario, sia delle reiterate forme di disaffezione politica della cittadinanza manifestatesi con il crescente astensionismo elettorale da un lato, e con le numerose richieste di referendum in funzione antipartitocratica dall’altro. Poi, in questi ultimi anni, si è assistito all’emergere di un fenomeno politico-istituzionale assai anomalo, che è stato efficacemente definito della “partitocrazia senza partiti”: cioè la presenza di un sistema di apparati partitocratico, non più di tipo organizzativo ed ideologico come lo erano i partiti di prima, ma piuttosto macchine personali al servizio di questo o quel leader politico. Partiti personali, che sono dominati, in funzione determinante e coagulante, dal capo in cui si riconoscono.

Oggi, dopo la numerose vicende che hanno e che stanno ancora accompagnando, in positivo e negativo, la storia dei partiti politici nell’Italia repubblicana, occorre tornare ad affrontare il problema di una regolamentazione giuridica dei partiti. Per restituire ai partiti quel ruolo di raccordo fra i cittadini e le istituzioni, che è fondamentale in una democrazia pluralista, e che, proprio per questo motivo, non può più essere sottratto ad una regolazione dei partiti in forme autenticamente democratiche ed aperte al controllo dell’opinione pubblica se non della legge. Rivitalizzare il patto fra cittadini e partiti, vuol dire indurre questi ultimi a rinunciare ad una parte del loro arbitrio, subordinandosi a regole certe e trasparenti, rendendo pubblici i loro statuti oltre che i loro bilanci, dando più potere ai loro iscritti ed elettori. Inoltre, risolvere questo problema, nel senso di imporre una disciplina giuridica ai partiti, può essere di grande ausilio per il concorso del raggiungimento della stabilizzazione del sistema partitico. Quindi: i partiti per tornare a svolgere la loro funzione nella democrazia italiana, devono divenire effettivamente ed autenticamente soggetti democratici. E’ sempre più diffusa ed avvertita una nuova legalità non solo dei partiti politici, ovvero relativa ai comportamenti dei soggetti politici, ma anche sui partiti politici attraverso principi, regole, indirizzi e forme di controllo in grado di garantire un contesto più trasparente e responsabile all’azione politica di rilievo pubblicistico. E’ questo un passaggio indispensabile, sia per rifondare un nuovo patto fra politica e società civile, sia per rilanciare la funzione costituzionale e sociale dei partiti politici. Si ricorda, incidentalmente, che la Commissione bicamerale per le riforme costituzionali del 1983, presieduta dal sen. Aldo Bozzi, aveva approvato un nuovo testo dell’art. 49 Costituzione così formulato: «Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere con strutture e metodi democratici, a determinare la politica nazionale. La legge disciplina il finanziamento dei partiti, con riguardo alle loro organizzazioni centrali e periferiche e prevede le procedure atte ad assicurare la trasparenza ed il pubblico controllo del loro stato patrimoniale e delle loro fonti di finanziamento. La legge detta altresì disposizioni dirette a garantire la partecipazione degli iscritti a tutte le fasi di formazione della volontà politica dei partiti, compresa la designazione dei candidati alle elezioni, il rispetto delle norme statutarie, la tutela delle minoranze». Si trattava di una proposta valida e precisa, ma che non trovò – al pari delle altre proposte di riforma formulate in quella sede – nessun seguito; e nemmeno venne ripresa successivamente in sede parlamentare.


3. Ma la via per disciplinare i partiti politici è solo quella costituzionale? Certo, procedere attraverso la revisione costituzionale ex art. 138 Cost. comporta un processo di riforma di non facile realizzazione ma nondimeno impossibile (come lo dimostrano le recenti modifiche costituzionali sul voto degli italiani all’estero, sul giusto processo e sulla riforma regionale). La scelta di procedere attraverso la revisione costituzionale può essere originata dal seguente motivo: che l’art.49 Cost. nella parte in cui parla di “metodo democratico” non può essere interpretato nel senso di un’attività interna democratica dei partiti, ma piuttosto soltanto circoscritto ai rapporti tra partiti nell’ambito di una competizione ispirata al pluralismo politico. Da qui allora la necessità di esplicitare nella norma costituzionale il “diritto dei partiti”, quasi a voler ridare maggiore forza e dignità ai partiti politici costituzionalizzandoli; salvo poi riservare alla legge il compito di disciplinarli ulteriormente.

In tal senso, una strada da percorrere potrebbe essere quella di prevedere che i partiti, al fine di usufruire dei rimborsi per le spese elettorali e di ogni altro beneficio normativo, si devono dotare di uno statuto approvato con atto pubblico, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, contenente gli organi del partito e loro composizione, le procedure e forme di garanzia per le minoranze, i diritti e doveri degli iscritti, le modalità di selezione dei candidati alle elezioni. Così facendo non si attuerebbe una pubblicizzazione dei partiti – che sarebbe incostituzionale – ma piuttosto i partiti resterebbero associazioni di diritto privato “non riconosciute” regolate secondo criteri e forme democratiche. L’obbligo di pubblicità degli statuti costituisce sicuramente un avanzamento rispetto all’arbitrio che ha sempre caratterizzato il diritto dei partiti, solo temperato da crescenti interventi giurisdizionali. Ma dal punto di vista della democrazia interna, è sufficiente che gli statuti  prevedano le garanzie e gli istituti richiamati, o non è necessario determinarne direttamente con legge alcuni requisiti minimi?

Non si vuole qui, e né si potrebbe, tracciare ne dettaglio quella che dovrebbe essere una disciplina legislativa in materia di regolazione giuridica dei partiti politici. Si intende però sollecitare questa riforma, per le ragioni sopra esposte e perché ritenuta fondamentale al fine di restituire ai partiti la loro dignità nel sistema politico-istituzionale, e anche al fine di contribuire al superamento della confusa transizione italiana. Qualche cosa sembra finalmente muoversi. A dare una scossa, c'è adesso un recente disegno di legge (AS n.1540), a firma dei senatori Del Pennino e Compagna, intitolato Norme sul riconoscimento giuridico e il finanziamento dei partiti, i loro bilanci e le campagne elettorali. E' il tentativo di dare una risposta organica all'esigenza di collocare il partito politico nel giusto ruolo del nostro ordinamento costituzionale, definendone natura giuridica, regole di vita interna, procedure per la scelta dei candidati, trasparenza dei bilanci. Si tratta di una proposta che merita di essere attentamente discussa, specialmente tra i costituzionalisti, e che merita di essere attentamente presa in considerazione, specialmente tra quanti credono che sia giunta l'ora che si faccia (anche) in Italia una legge sui partiti.