Overblog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
Blog di cervigabriele.over-blog.it

Blog di cervigabriele.over-blog.it

Menu
I MIGRANTISCOPRONO LA VITA E LE OPERE DI DON LORENZO MILANI

I MIGRANTISCOPRONO LA VITA E LE OPERE DI DON LORENZO MILANI

              IERI                               OGGI         

Cari Ragazzi son qui sono tornato chiamate tutti gli altri suonate la campana oggi riapre la scuola di un povero curato un certo Don. Milani mandato qui a Barbiana anche se con il tempo voi siete un pò cambiati ed i miei occhi non sono più quelli di allora e se i vostri ginocchi non son più sbucciati stonati canteremo quella canzone ancora  I CARE I CARE    c'è  bisogno che io abbia cura di te I CARE ICARE c'è bisogno che tu abbia cura di me I CARE I CARE 

 


Caro Papa Francesco, siamo un gruppo di migranti che attualmente sta facendo un percorso formativo alla Cascinetta Didattica Onlus di Castelverde.
 Siamo arrivati in Italia da circa 5 mesi e siamo ospiti della  Caritas e Cooperativa Nazareth.   Attualmente  non avendo  documenti validi per lavorare o per  frequentare le scuole italiane,    per sopperire a queste carenze istituzionali italiane  la  Cascinetta Didattica di Castelverde ci permette di frequentare nei propri laboratori alcuni corsi  tra cui ,meccanica,  riparazione auto e scooter, carrozzeria, ciclomeccanica, orto biologico,   cad, videoscrittura e alfabetizzazione.. Strada facendo, il responsabile della associazione Gabriele Cervi nostro Tutor ci ha proposto di partecipare a un progetto da lui promosso, ideato e autofinanziato  dal titolo:  Alla scoperta di Don. Lorenzo Milani un prete Doc. Abbiamo aderito  con entusiasmo a questo progetto e siamo stati inseriti nel gruppo di lavoro di   alfabetizzazione e di videoscrittura   che si avvale come libro di testo: Lettera a una Professoressa scritto  dagli allievi di Don. Lorenzo Milani. Strada facendo,  abbiamo scoperto la figura di Don. Lorenzo Milani e le sue opere . 
Tramite, Internet  abbiamo visionato alcuni video d’epoca dove si vede il parroco insegnare ai propri allievi.
Da qui è nato questo progetto sociale che ha in comune con noi migranti  i pregiudizi  di taluni verso di noi ma anche , la povertà, la dignità e la purezza  la stessa che avevano i ragazzi  di Don. Milani. Per noi  questo percorso formativo è molto importante in quanto oltre a imparare l’italiano, abbiamo scoperto la nostra manualità che ci permette a pieno titolo   di  integrarci  nella realtà   sociale. Il percorso formativo che durerà fino a Giugno,  è stato fotografato e registrato con un semplice cellulare per avere una documentazione nostra interna sul  lavoro svolto   sia cartaceo sia online. 
Avvalendoci di tale  documentazione abbiamo  elaborato una  pubblicazione  a Lei dedicata che con la presente Le inviamo allegando una chiavetta usb dove sono state riprodotte le varie fasi di studio. Alla fine di questo progetto  sarà rilasciato un attestato di frequenza dove fra le varie competenze acquisite ci sarà una certificazione in cui si dichiara  il percorso formativo  che abbiamo fatto studiando Don. Lorenzo Milani. Nella speranza che questo semplice ma per noi importante  progetto sia da Lei benvoluto  lo dedichiamo  a Lei Santo Padre per il bene che vuole a tutti noi  .
 E' gradita l'occasione per  fare a SUA ECCELLENZA  i nostri più sentiti Auguri di Buon Natale  ricordandola sempre nelle nostre preghiere.
Sobowale Adebayo    Chukw  Joseph    Tiotsia Sinclair     Owrasu  Mike  Felix Thompson    Moussa Conte


 

I MIGRANTISCOPRONO LA VITA E LE OPERE DI DON LORENZO MILANI
I MIGRANTISCOPRONO LA VITA E LE OPERE DI DON LORENZO MILANI
I MIGRANTISCOPRONO LA VITA E LE OPERE DI DON LORENZO MILANI
I MIGRANTISCOPRONO LA VITA E LE OPERE DI DON LORENZO MILANI
I MIGRANTISCOPRONO LA VITA E LE OPERE DI DON LORENZO MILANI

30/11/2017

 
 
 

Chi ha scritto davvero la Lettera a una professoressa, don Milani o i suoi ragazzi? E quale idea di scuola ci lascia in eredità, cattivo maestro del Sessantotto che ha distrutto la scuola tradizionale? Queste le principali accuse mosse al libro più famoso del sacerdote fiorentino, riassunte da Vanessa Roghi nell’ultimo capitolo del suo La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole (Laterza, 256 pagine, 16 euro), in libreria dal 19 ottobre. La storica – docente alla Sapienza e documentarista di Rai 3 – controbatte basandosi sui fatti, consapevole della contraddittorietà della figura di don Milani: «Se da un lato è diventato un personaggio [...] super partes [...], dall’altro lato Lettera a una professoressa è diventato un libro mitico», ovvero «“contrario di reale, oppo¬sto di vero”»: questo ne ha «esorcizzato lo spessore reale e dunque l’utilità» (p. 207-8). Molto meglio ricostruirne la figura storica, nel bene e nel male.
 

Sono passati 50 anni da quando la piccola editrice fiorentina LEF pubblicava Lettera a una professoressa, scritto dagli alunni della scuola di Barbiana con il loro maestro-priore don Lorenzo Milani. In questi decenni, la fama del libro e del suo ispiratore (don Lorenzo ribadì fino alla morte, avvenuta proprio a ridosso della pubblicazione, che i veri autori erano i ragazzi) sono così cresciute da diventare appunto un mito. Soprattutto perché don Lorenzo è stato “tirato per la tonaca” dai papi di tante e diverse Chiese, che si sono appropriati del suo messaggio fraintendendolo: mentre la portata veramente rivoluzionaria del libro era un’idea di scuola diversa, che richiamava lo Stato a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che limitavano libertà e uguaglianza tra cittadini, come stabilito dall’articolo 3 della Costituzione. Diversa da quella frequentata solo dai Pierini, i figli del dottore, e che allontanava i figli dei contadini bocciandoli o accantonandoli. Lasciandoli prigionieri dell’arretratezza dei loro antenati perché privati di istruzione, a partire da quella linguistica.
 

Tra i miti costruiti intorno a don Milani che l’autrice smonta, il primo riguarda l’obbedienza: don Lorenzo fu sì un prete ribelle, ma sempre nel solco dell’obbedienza alla Chiesa. Egli mirava ad attuare fino in fondo l’insegnamento evangelico, lontano però dalle formule esteriori della liturgia. Il secondo mito sfatato riguarda don Milani come pedagogo: capì da anticipatore – come dimostra il sottotitolo del libro – la fondamentale funzione della lingua per l’accesso al mondo, sulla quale spendeva la maggior parte delle ore didattiche. Ma la democraticità dei contenuti non corrispondeva ai metodi: egli si considerava l’unica autorità in grado di decidere cosa fosse giusto per i suoi studenti («Non poteva permettere che i suoi ragazzi, già così maltrattati dalla sorte classista, potessero avere dei dubbi sulla giustezza delle posizioni impersonate da lui: discussione sì [...] ma conclusioni già scontate: le sue», ricorda Marco Ramat, citato a p. 195). Non furono in pochi, infatti, a rimanere delusi dall’incontro con il sacerdote: affascinati dai suoi scritti, scoprivano che la scuola di Barbiana era innanzitutto un casolare sperduto nel Mugello e il suo maestro un toscanaccio che insegnava ai contadini.  

 

La miopia stava nel guardare al dito di don Milani senza scorgere la luna dell’abbandono scolastico e delle condizioni della scuola italiana, che dovette aspettare il 1962 perché fosse istituita la scuola media unificata. Il terzo mito riguarda l’uso che il ’68 fece della Lettera, definita il «libretto rosso di una generazione» (titolo del capitolo 6). Roghi sottolinea come ad animare don Milani fosse la grande avversione per gli intellettuali, detentori di cultura e potere. Di loro – perché ne condivideva estrazione sociale e educazione, essendo figlio di una ricca e colta famiglia fiorentina che gli aveva consentito di coltivare le proprie passioni artistiche dopo la maturità liceale – disprezzava l’uso strumentale che facevano delle sacrosante richieste di cambiamento espressa a partire dagli anni ’60 da vasti strati della società, compresa la Chiesa cattolica. Molti degli “ideologi” del ’68 applicarono arbitrariamente i precetti di don Milani, reinterpretandolo come anarchico contrario a ogni disciplina. Al contrario, come l’autrice ribadisce più volte, il suo libro analizzava solamente la scuola dell’obbligo, che perché dell’obbligo non avrebbe dovuto prevedere bocciature (guarda caso, quasi sempre ai danni degli studenti più poveri) ma un innalzamento del livello generale di istruzione. Non era un libretto rosso ma, al contrario, un prezioso manuale di didattica e di linguistica, come riconobbero in pochi (tra questi, Oronzo Parlangèli): invece, le lenti dell’ideologia più gretta giustificarono persino il 6 politico con le parole dei ragazzi di Barbiana, provocando reazioni spropositate che una lettura attenta del libro sarebbe bastata a neutralizzare. 

 

Per questo Vanessa Roghi contestualizza il messaggio della Lettera alla luce della biografia e della controversa storia sacerdotale del suo autore, nonché inserendolo nel suo fondamentale contesto storico, caratterizzato da profonde richieste di cambiamento che sfociarono – dal punto di vista scolastico – nella promulgazione nel 1962 della scuola media unificata. Fondamentale è anche l’accenno alle isolate figure che negli stessi anni cercavano di cambiare la scuola: una su tutte Marco Lodi, che nella sua scuola di Vho insisteva come don Lorenzo sullo studio della lingua (capitolo 3, «Vho e dintorni»). Fu dallo scambio epistolare con gli alunni di Vho, autori di un giornalino scritto collettivamente, che nacque lo spunto per la lettera, anch’essa un documento collettivo. Mentre il capitolo dedicato alle idee didattiche e pedagogiche di don Milani si intitola «La scuola buona», ribaltando non casualmente l’ordine delle parole di una delle riforme più sbandierate e meno efficaci del governo Renzi. Il lavoro si basa su fonti diversissime, con cui l’autrice mostra i presupposti che animarono le tesi pro e contro don Milani. Laddove l’autrice fa riferimento alla propria storia personale è per enfatizzare le differenze tra la scuola di ieri e quella di oggi.  

 

Per esempio, elenca le esperienze scolastiche di sua nonna («Andava a scuola scalza per non consumare le suole delle scarpe. È arrivata fino alla seconda elementare perché poi doveva guardare le oche»), sua madre («Ha frequentato l’istituto professionale, era figlia di un manovale e di una lavandaia, a scuola era sempre nell’ultimo banco») e sua («Io ho portato a termine un dottorato di ricerca»), riassumendole così: «Nel giro di tre generazioni il capitale culturale ha smesso di essere trasmesso per via ereditaria, e la scuola è stata la prima attrice sociale che si è incaricata di fare tutto questo» (p. 204-5). Per chiedersi, partendo da questo, «perché oggi alcuni professori e alcune professoresse sono tornati a rimpiangere la scuola di cinquanta anni fa, quella che metteva mia madre all’ultimo banco?».  

 

Don Milani rimane tuttora una figura così conosciuta anche perché il problema educativo in Italia non ha ancora trovato una soluzione definitiva: anzi, le ultime riforme scolastiche stanno smantellando le conquiste ottenute dagli anni ’60. Al contrario di chi, come i ministri dell’istruzione degli ultimi anni, parla a vanvera di meritocrazia e competenze, giustificando tagli draconiani con eccellenze misurate solo sulla carta e sempre a discapito degli ultimi della classe, don Milani amava ripetere una frase: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Uscirne tutti insieme è politica. Uscirne da soli è avarizia». Per questo, non possiamo ancora smettere di interrogarci sul suo messaggio.